buona la prossima/12

Soap opera
{di Matteo Scandolin}

Poi ha aperto la finestra, e c’era tanta nebbia che l’ultima cosa comprensibile era il lampione davanti alla porta, e basta. Un’aureola di luce stantia, di quelle gialle che riverberano alle gocce di nebbia da un lampione vecchio: e poi
giusto poi
bianco.
Giorgia mi prende la mano e sorride che sembra tornare - per un attimo e un attimo soltanto - il sole e mi dice, in un bacio, che mi ama. Piccolo battito che manca, quello dal mio cuore, tra le labbra sue e più in là, in fondo alla gola, dove batte il suo.
Rincoglionito che peggio di così neanche a quattordici anni, e davvero io - sì lo dico e mai lo nego
davvero io di dieci anni più giovane mi ci sento, con Giorgia, ché le giornate sembrano non finire mai e mai incominciare: tutto un unico giorno, un unico miracolo che mi luccica d’intorno e mi appende la vita addosso e sì: è bello essere innamorati.

«Cosa vuoi che facciamo oggi? c’è nebbia» e poi torna a distendersi accanto a me e penso che la vita è proprio questa, o meglio: questa dovrebbe essere, tutti i giorni svegliarsi ch’è sabato, ed è sabato con Giorgia, e poco altro da fare, solo Giorgia da vedere e toccare. Paradiso tutti i giorni a portata di mano, e che bella la vita (vita, capisci?) così. Sembra quasi impossibile.

Poco meno di tre anni dopo quella mattina di nebbia, Giorgia s’è innamorata di un uomo di poco più vecchio di me, col nome da crucco, e la nostra storia è andata a puttane. Mi sono tuffato nel lavoro per troppi mesi, prima di incontrare Valentina. Poi il padre di Giorgia è morto, e aveva il mio stesso nome, e mi sono intenerito.

Mi sono intenerito e mi sono dimenticato quel che mi dissi poco più di sei mesi fa: che crepi, la troia, che crepi.

Ma oggi che non c’è nebbia, e non ho ventiquattro anni, e non fa freddo, e me la trovo davanti e mi tende una mano - simbolicamente: in realtà mi guarda di sfuggita e parla di lavoro, e come sta la famiglia, e cazzate di questo tipo. Mi tende una mano, simbolicamente, e sento le vene che corrono sopra le sue nocche che mi chiedono troppe domande, e non voglio rispondere.

Che crepi, la troia.

Quando non rispondo a quel che mi dice, e capisce che sono lì per buon cuore e nient’altro, neanche per il caffè - uno dei posti peggiori cui abbia mai messo piede - si rattrista un po’. Raccoglie la borsetta, mi guarda, forse spera. Poi esce.

Io mi appoggio allo schienale e tiro un sospiro di sollievo. Anche questa puntata della soap opera della mia vita è finita. Aspettiamo la replica di mezzanotte, o tiriamo dritti e andiamo a dormire?

Improvvisamente il letto assume un’attrattiva mica da poco. Anche da solo.


-- continua venerdì 24 ottobre --

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