buona la prossima/10
12/09/08 04:21 Archiviato in:romanzo
Non ti scordar mai di me
m’ha rotto i coglioni
{di Matteo Scandolin}
Per la strada guardo fisso per terra. A un’edicola compro il giornale, ma guardo sempre in giù e l’edicolante avrà pensato che io sia scemo. Vabbè. Continuo leggendo la prima pagina del giornale, fino a quando non arrivo davanti alla porta del palazzo dove abbiamo l’ufficio. Quasi sbatto contro una signora che abita al terzo... forse al quarto... vabbè, a un piano. Non l’ho ancora capito. Lei mi guarda malissimo, sbotta qualcosa che non colgo e si chiude la porta, di scatto, dietro le spalle. Evviva la cortesia. Apro il portone e salgo fino all’ufficio. Alvise è già alla sua scrivania, con Fabrizio di Milano, l’uomo del Flash, che è seduto alla mia. Sta cincischiando col mio mouse, batte i tasti sulla tastiera del mio iMac. Sorrido. Lui pure. Continua a farsi i cazzi suoi mentre mi tolgo gli occhiali da sole, appoggio la borsa nell’angolo e fulmino Alvise. Alvise sembra non accorgersene.
Neanche in una scena da teatro dell’assurdo, giuro.
«Qualcuno vuole un caffè?» Alvise annuisce, e pure Fabrizio di Milano. Vado di là, preparo i due caffè. Ci sputo dentro. Ne preparo un terzo per me. Porto di là tutto e servo loro i caffè con un gran sorriso. Aspetto che se li bevano. Poi giro intorno alla questione. «Come ti trovi?»
«Qui dentro, dici?» fa lui. Allarga le braccia. «Sai, è un po’ diverso da Milano, ma non è male. Posso abituarmi.»
Alvise annuisce e sorride. Mi guarda e vorrebbe dire hai visto, che ti dicevo?, è uno ok. Purtroppo vede la mia faccia e mi conosce da un po’ troppo. Annusa puzza di bruciato.
Mi spiace per lui, ma non c’è niente che brucia.
«Be’, sono contento che ti puoi abituare, ma non vorrei tu facessi tanto sforzo per niente.»
«Oh no, non ti preoccupare Andrea» dice Fabrizio di Milano, che fa il commerciale da due anni prima faceva il programmatore come Gianluca. «Voglio dire, questa è una realtà piccolina ma intravedo enne potenzialità. La sai la storia di Google, no? In un garage, loro due contro il mondo...»
«Fossero stati i soli.»
Alvise si gratta il mento preoccupato. Tranquillo, vecchio mio, qui non brucia niente. C’è solo cenere.
«Ecco appunto. Quindi figurati, non c’è problema, poi siete due tipi a posto, eh. Dai Andrea, fidati, ne ho visti di peggio.» Mi fa l’occhiolino.
Sorrido. Mi alzo, vado alla borsa e tiro fuori una busta. Gliela porgo mentre Andrea sgrana gli occhi e vorrebbe, credo, materializzarsi fuori dalla finestra, non importa se è a quattro metri d’altezza, e scappare via.
«Ah, cos’è?» Poi lo apre. Non capisce. Alza gli occhi su di me, poi su Andrea. Tira fuori un biglietto del treno. «Non capisco.» L’avevo detto.
«È piuttosto eloquente» dico.
Torna a guardare Andrea, ma trova un muro pallido. Prendo lo schienale della sedia - della mia sedia - e lo tiro verso di me. «Non guardare là. Non c’è niente. Prendi quel biglietto, le merdate che hai seminato per la mia scrivania e fottiti fuori dal mio ufficio.»
Scatta in piedi, Andrea. Ma non si muove.
«Ma che cazzo ti prende?» Gli scivola qualche accento milanese, soprattutto su “cazzo”. Si alza in piedi, ma si alza da milanese.
«Niente di che. Fuori dai coglioni, però.»
«Bon, dai, è stato uno scherzo divertente ma diria che xe ora de finirlo, no?» Andrea si alza e fa un passo, mentre Fabrizio di Milano mi si avvicina ancora e tende le vene del collo. «Finisce quando questo qui si leva dalla mia scrivania e se ne va fuori dalle palle.»
Fabrizio di Milano stringe i pugni e strizza gli occhi, ed è uno di quei momenti in cui ti ci giochi sopra anche le mutande. Questo vuole riempirmi di cazzotti. Rimango fermo e lo fisso negli occhi. Sto ancora sorridendo.
Nella mia vita non ho mai fatto a cazzotti, ma ho imparato che a bluff non me la cavo male. Questo crede che io sia più sciroccato di lui, e finisce tutto con una spinta contro di me. Non reagisco.
Fabrizio di Milano prende il biglietto, raduna le sue cose e se ne va bestemmiando. Andrea si siede di peso sulla sedia di Gianluca. Non ha fiato. «Ti rendi conto?»
«Certo.» Mi riapproprio della mia scrivania. «Se n’è andato. Meglio così.»
«Meglio c... Ma sei cretino? E tutti i discorsi che abbiamo fatto? Il tempo che abbiamo perso? E poi ghe sboro, dovevi fare tutta ‘sta pantomima?»
«Lo sai che mi piace.» Sorrido.
«Ma abbiamo buttato via un’occasione della madonna, solo perché hai la testa piena di merda!»
Alzo le spalle, e scarico la posta. «Ora, scusami un secondo, vorrei mettere le cose in chiaro, una volta sola però.» Neanche lo guardo, leggo di sfuggita chi mi scrive. «Non voglio più fare scene del genere. Non voglio più nessun cretino che pensa di poter arrivare qui, risollevare le sorti delle nostre vite - che siano da risollevare, in ogni caso, è tutto da dimostrare - e comportarsi come se fosse casa sua.»
Scuote la testa. «Ma hai fatto tutta ‘sta cazzata solo perché s’era seduto sulla tua scrivania?»
Lo guardo. Vorrei spiegargli passo passo quel che ho fatto, e perché l’ho fatto. Ma vedo che non ci arriva. È brutto, ché dopo una vita passata assieme ti rendi conto che magari hai sprecato parte della tua vita assieme alle persone sbagliate. Così, invece di insistere e sprecare altro tempo, dico soltanto: «Sì.»
Rimane fermo, due secondi, forse anche tre. Scuote la testa, torna a sedersi. Sta fermo neanche un minuto, poi si alza e «Vado a fare due passi.»
Io sospiro. E scrivo una lunga mail a Gianluca.
-- continua venerdì 26 settembre --
{per l’elenco delle puntate: qui}
{di Matteo Scandolin}
Per la strada guardo fisso per terra. A un’edicola compro il giornale, ma guardo sempre in giù e l’edicolante avrà pensato che io sia scemo. Vabbè. Continuo leggendo la prima pagina del giornale, fino a quando non arrivo davanti alla porta del palazzo dove abbiamo l’ufficio. Quasi sbatto contro una signora che abita al terzo... forse al quarto... vabbè, a un piano. Non l’ho ancora capito. Lei mi guarda malissimo, sbotta qualcosa che non colgo e si chiude la porta, di scatto, dietro le spalle. Evviva la cortesia. Apro il portone e salgo fino all’ufficio. Alvise è già alla sua scrivania, con Fabrizio di Milano, l’uomo del Flash, che è seduto alla mia. Sta cincischiando col mio mouse, batte i tasti sulla tastiera del mio iMac. Sorrido. Lui pure. Continua a farsi i cazzi suoi mentre mi tolgo gli occhiali da sole, appoggio la borsa nell’angolo e fulmino Alvise. Alvise sembra non accorgersene.
Neanche in una scena da teatro dell’assurdo, giuro.
«Qualcuno vuole un caffè?» Alvise annuisce, e pure Fabrizio di Milano. Vado di là, preparo i due caffè. Ci sputo dentro. Ne preparo un terzo per me. Porto di là tutto e servo loro i caffè con un gran sorriso. Aspetto che se li bevano. Poi giro intorno alla questione. «Come ti trovi?»
«Qui dentro, dici?» fa lui. Allarga le braccia. «Sai, è un po’ diverso da Milano, ma non è male. Posso abituarmi.»
Alvise annuisce e sorride. Mi guarda e vorrebbe dire hai visto, che ti dicevo?, è uno ok. Purtroppo vede la mia faccia e mi conosce da un po’ troppo. Annusa puzza di bruciato.
Mi spiace per lui, ma non c’è niente che brucia.
«Be’, sono contento che ti puoi abituare, ma non vorrei tu facessi tanto sforzo per niente.»
«Oh no, non ti preoccupare Andrea» dice Fabrizio di Milano, che fa il commerciale da due anni prima faceva il programmatore come Gianluca. «Voglio dire, questa è una realtà piccolina ma intravedo enne potenzialità. La sai la storia di Google, no? In un garage, loro due contro il mondo...»
«Fossero stati i soli.»
Alvise si gratta il mento preoccupato. Tranquillo, vecchio mio, qui non brucia niente. C’è solo cenere.
«Ecco appunto. Quindi figurati, non c’è problema, poi siete due tipi a posto, eh. Dai Andrea, fidati, ne ho visti di peggio.» Mi fa l’occhiolino.
Sorrido. Mi alzo, vado alla borsa e tiro fuori una busta. Gliela porgo mentre Andrea sgrana gli occhi e vorrebbe, credo, materializzarsi fuori dalla finestra, non importa se è a quattro metri d’altezza, e scappare via.
«Ah, cos’è?» Poi lo apre. Non capisce. Alza gli occhi su di me, poi su Andrea. Tira fuori un biglietto del treno. «Non capisco.» L’avevo detto.
«È piuttosto eloquente» dico.
Torna a guardare Andrea, ma trova un muro pallido. Prendo lo schienale della sedia - della mia sedia - e lo tiro verso di me. «Non guardare là. Non c’è niente. Prendi quel biglietto, le merdate che hai seminato per la mia scrivania e fottiti fuori dal mio ufficio.»
Scatta in piedi, Andrea. Ma non si muove.
«Ma che cazzo ti prende?» Gli scivola qualche accento milanese, soprattutto su “cazzo”. Si alza in piedi, ma si alza da milanese.
«Niente di che. Fuori dai coglioni, però.»
«Bon, dai, è stato uno scherzo divertente ma diria che xe ora de finirlo, no?» Andrea si alza e fa un passo, mentre Fabrizio di Milano mi si avvicina ancora e tende le vene del collo. «Finisce quando questo qui si leva dalla mia scrivania e se ne va fuori dalle palle.»
Fabrizio di Milano stringe i pugni e strizza gli occhi, ed è uno di quei momenti in cui ti ci giochi sopra anche le mutande. Questo vuole riempirmi di cazzotti. Rimango fermo e lo fisso negli occhi. Sto ancora sorridendo.
Nella mia vita non ho mai fatto a cazzotti, ma ho imparato che a bluff non me la cavo male. Questo crede che io sia più sciroccato di lui, e finisce tutto con una spinta contro di me. Non reagisco.
Fabrizio di Milano prende il biglietto, raduna le sue cose e se ne va bestemmiando. Andrea si siede di peso sulla sedia di Gianluca. Non ha fiato. «Ti rendi conto?»
«Certo.» Mi riapproprio della mia scrivania. «Se n’è andato. Meglio così.»
«Meglio c... Ma sei cretino? E tutti i discorsi che abbiamo fatto? Il tempo che abbiamo perso? E poi ghe sboro, dovevi fare tutta ‘sta pantomima?»
«Lo sai che mi piace.» Sorrido.
«Ma abbiamo buttato via un’occasione della madonna, solo perché hai la testa piena di merda!»
Alzo le spalle, e scarico la posta. «Ora, scusami un secondo, vorrei mettere le cose in chiaro, una volta sola però.» Neanche lo guardo, leggo di sfuggita chi mi scrive. «Non voglio più fare scene del genere. Non voglio più nessun cretino che pensa di poter arrivare qui, risollevare le sorti delle nostre vite - che siano da risollevare, in ogni caso, è tutto da dimostrare - e comportarsi come se fosse casa sua.»
Scuote la testa. «Ma hai fatto tutta ‘sta cazzata solo perché s’era seduto sulla tua scrivania?»
Lo guardo. Vorrei spiegargli passo passo quel che ho fatto, e perché l’ho fatto. Ma vedo che non ci arriva. È brutto, ché dopo una vita passata assieme ti rendi conto che magari hai sprecato parte della tua vita assieme alle persone sbagliate. Così, invece di insistere e sprecare altro tempo, dico soltanto: «Sì.»
Rimane fermo, due secondi, forse anche tre. Scuote la testa, torna a sedersi. Sta fermo neanche un minuto, poi si alza e «Vado a fare due passi.»
Io sospiro. E scrivo una lunga mail a Gianluca.
-- continua venerdì 26 settembre --
{per l’elenco delle puntate: qui}



