buona la prossima/6

A un certo punto non capisco più niente
{di Matteo Scandolin}

Ad un certo momento, piove. Di brutto. In piedi davanti alla finestra vedo una dozzina di persone rattrappite sotto a un portico e qualcuno che temerario attraversa la strada. Il traffico in strada rallenta un poco, ma neanche di tanto. Alvise scuote la testa, dice che è normale che piova col caldo che ha accumulato negli scorsi giorni, e siamo appena a maggio, e vedrai che estate fresca che ci ritroviamo.

Io odio l’estate.

A metà pomeriggio suona il campanello. Alvise va ad aprire e poi mi guarda con un sorriso stile squalo. Valentina entra nell’ufficio ed è come se un alieno entrasse in un bar e pretendesse che tutti si comportino normalmente. Lei è aliena, qui dentro. Soltanto tre idioti, coi loro computer, colle loro programmazioni, con il bruciore allo stomaco da troppi caffè. Niente donne. Niente donne soprattutto per me, ché in questo periodo non ne faccio una giusta. Mi dico di prenderla per un braccio e delicatamente portarla fuori di qua. Qualche sera fa siamo andati a letto, sì, ma dopo il bel match con Giorgia non ne voglio più sapere, con nessuna. Adesso la prendo e la porto fuori, la saluto, le do un bacio sulla fronte come se fossi suo padre, e poi ci vediamo alla prossima. Sì.

«Ciao» dice.

Sorride.

Io mi alzo e: «Ti offro un caffè!»

Alvise continua col sorriso da squalo, io la porto in sala di là, coda tra le gambe e una gran voglia di mettermi a piangere. Forse se le dico che stavo arrivando a una soluzione grafica importantissima magari mi lascia lavorare, e magari mi dimentico anche dei suoi occhi.

Sì, proprio.

Così, anziché procedere col lavoro e sistemare quella spettacolare soluzione grafica, passo le tre ore seguenti seduto sul divano con Valentina. Un paio di volte ci baciamo pure. Alvise passa a salutare verso le sei e venti, sorride ancora, agita la manina e dice che ci vediamo domani. Se ci sarò. Vorrei scaraventargli contro la macchina del caffè, ma è più veloce e va via. E alle sette e un quarto pensiamo che forse è il caso di staccarci di là - anche se la tentazione di fare l’amore è forte, ma non lo faccio dove lavoro - e andiamo a mangiarci una pizza. Non piove più da non so quanto, davvero non lo so, però tutto intorno gocciola ancora e gli alberi sembrano in piena primavera. Ops. Siamo in piena primavera.

Pago io, stasera. E le tengo la mano da quando ordiniamo la pizza a quando la cameriera ce le consegna. Da più di tre ore non mi ricordo più niente di Giorgia, niente di quello che è successo tra lei e quell’altro idiota che c’è stato qualche mese fa. A momenti neanche come mi chiamo o dove abito. Di Valentina sì, però, mi ricordo. Soprattutto di quando sta sopra.

A notte mi sveglio un paio di volte, non sono più abituato a sentire un corpo accanto al mio. Le bacio la spalla e mi giro dall’altra parte, ma la seconda volta si sveglia con me e mi sorride. È un ottimo modo per addormentarsi felice.

E facendo colazione - un caffè venuto benissimo, l’ha fatto lei: io li brucio tutti, quelli che faccio a casa - parlando ci rendiamo conto che non ci ricordiamo neanche tutto quello che ci siamo detti ieri. Ridiamo come scemi, ma poco, e poi le do un bacio e lascio che si vesta. L’accompagno fino all’ufficio, l’osservo mentre solleva la saracinesca e apre la porta di vetro. Entro con lei e mi fermo dopo il primo passo. «Che c’è?» «Niente.» È che è strano vedere un’agenzia di viaggi vuota, e a luci spente.

Oggi non piove, non ancora, ma c’è un cielo grigio e non credo sarà una bella giornata. Lei sfila il giaccone, accende il computer e la fotocopiatrice, controlla che non siano arrivati fax durante la notte. Poi incrocia le braccia e mi sorride. «Be’? Vuoi rimanere lì a fissarmi tutto il giorno?» Alzo le spalle. «Potrebbe essere una maniera interessante per passare la giornata» dico e faccio due passi verso di lei, la bacio con una mano sul culo - lei fa per tirarmi una ginocchiata e allora tolgo la mano - e poi vado verso la porta. «Ci vediamo stasera?»

Annuisce, e sorride. Anche con gli occhi.

In ufficio mi siedo davanti al computer, ma non lo attivo, non tocco la tastiera. Rimango a fissare la plastica bianca attorno al vetro del monitor, i miei occhi che mi fissano di riflesso. Arriva Alvise verso le dieci e mezzo, prende la sedia e me la porta vicina. «Allora? Chi è?»

Sospiro. «Una.» «E?» «E niente, è una tipa con cui esco. Tutto qui.» Lui mi guarda per un po’, poi si gratta il naso. «E Giorgia?»

Vorrei andare di là, prendere la macchina del caffè, tornare di qua e lasciargliela cadere in testa, ma è troppa fatica. «Giorgia non so dove sia, adesso.»

«No, ma mi hai capito.»

«No, tu non mi hai capito: non voglio parlare di Giorgia. Non c’è niente di più, tra me e lei, di cui valga la pena parlare. Punto e fine.»

Alza le mani e alza anche sé stesso. Si trascina al suo posto, risveglia il computer e poi si toglie la giacca. Io smaltisco un po’ di posta, faccio due telefonate a dei fornitori, esco a pranzo e rientro subito dopo un panino. Mi siedo, guardo il calendario, guardo Alvise che non è uscito e che in questi ultimi giorni sta lavorando molto più di me. Abbiamo delle scadenze, d’altro canto. Per email arriva il solito aggiornamento da parte di Gianluca, sia di codice che di foto della pupattola. Integro le sue novità con quanto stavo scrivendo ieri, mi viene voglia di fare una corsa, sudare, proprio rimanere senza fiato e allora mi alzo e vado in edicola. Compro un numero di Topolino, me lo leggo tutto seduto a un bar, bevendo una centrifuga. Non si può lavorare così.

A sera arrivo sotto casa di Valentina che probabilmente sembro un pazzo, ma ho provato a sistemarmi i capelli - giuro! - ma ho fatto peggio. Salgo e lei mi saluta con un bacio, mi dice «È quasi pronto» è quasi come un film si volta per tornare ai fornelli allora la prendo per un braccio e la faccio girare verso di me, cerco le parole e non le trovo. Allora deglutisco, son secondi in più, comunque.

«Senti, riguardo noi due.»

Mi guarda. «Sì?»

«Non credo di farcela ad andare avanti così.»

Mi guarda. Distende le braccia lungo il corpo. «Cioè?»

«Cioè io.» Prendo fiato. «Insomma, siamo andati a letto. Un paio di volte. Abbiamo passato un po’ di tempo insieme. Mi piacerebbe che noi» occristo, ma perché mi vengono in mente solo termini da cattolico? roba da dire all’oratorio? «Insomma, voglio stare con te.» Passabile. Adolescenziale, ma passabile.

Valentina sorride. «Perché, già non ci stavamo, assieme?» Mi abbraccia e mi sento un coglione.

«Andiamo, dai.» Mi prende per mano e mi porta di là.


-- continua venerdì 1 agosto --

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