Bar NordEst (7)

{di Massimiliano Santarossa}

Entra Rabbia, si siede, mi guarda e dice:
«Non ci sto più, in sta merda di città».

Guardo i suoi capelli. Negli anni Novanta erano gialli color del fieno, codino lungo. Lui riprende:
«Barista, butta una prugna. Doppia. Ora parto. Ragazzi parto e non torno più. Vado in Spagna. Io».

Ha capelli tutti rasati ai lati. Al centro lunghissimi. Il codino arriva a metà della spina dorsale. Continua, urla:
«Fuori da sta merda di Nordest, mi mantengo senza muovere il culo. Io là fuori sono un Dio. Butta un’altra prugna».

L’elastico in stoffa, giallo, arrotolato attorno alla coda, proprio come negli anni Novanta. Parla:
«La Spagna mi sta sul cazzo. C’è il mare. E il mare mi sta sul cazzo. Ma vivo bene. Laggiù sono un mantenuto. Come Dio».

Questi non sono gli anni Novanta. Sono trascorsi vent’anni dai suoi capelli gialli. Oggi ha capelli grigi. Il giallo e il fieno, qui, oggi, non ci son più.
«Vado dritto in Spagna. Parto domani. La Spagna mi sta sul cazzo. C’è il mare. Butta un’altra prugna, barista».

Mi alzo. Esco. Rabbia resta lì, col suo bicchiere e i suoi capelli lunghi. Grigi. Come i sogni che non ha più.