Persepolis

{di Elena Borghi}

Persepolis è una donna.
Leggera nell’aspetto e grande e greve nei pensieri, da donna che già bambina sognava d’essere un profeta e inscenava un corteo militante nel salotto di casa, con tanto di pugno sinistro alzato e slogan scanditi: “abbasso lo Shah!”.
Lo Shah è
Reza Pahlavi; l’epoca, quella degli ultimi anni ’70.
La Rivoluzione Islamica sostituisce al regime un nuovo regime. Il furor di popolo acclama l’Ayatollah
Khomeini, che tuona il nome di Allah dietro la barba imponente, sotto il turbante nero. Le strade si riempiono di cortei, milizie, informatori, sinistri messaggi. E donne che paiono fantasmi, gli occhi unico resto di umanità. Nel 1980 scoppia il conflitto con l’Iraq, e cominciano a piovere le bombe. In breve, il Paese viene ad assomigliare allo scenario di un incubo.

Persepolis è Marjane Satrapi stessa, di cui narra la storia e la personale rivoluzione. Quella che canta a squarcia gola i Metallica tra le mura di casa, che non rinuncia alle Adidas e al chiodo e a scuola non perde occasione per denunciare le ingiustizie della politica khomeinista; la stessa, personale rivoluzione che parteggia per i dissidenti, e sibila le proprie ragioni in faccia ai miliziani, ubriachi del messaggio semplicistico del nuovo regime teocratico.
Con un linguaggio adatto alle favole, Marjane Satrapi racconta un incubo ben reale; e lo fa con una delicatezza che nessun film verità potrebbe riprodurre. Tecnica del disegno animato vecchia maniera: bianco e nero e tratti veloci, quando le vicende si svolgono a Teheran, distrutta dalle bombe; e la stessa omologazione per le scene nelle strade, in cui tutti gli uomini si assomigliano - barba, sguardo torvo, divisa e manganelli - e tutte le donne sono identiche (non era forse questo lo scopo, in fondo?) - chador nero e grandi occhi..
Riccioli, invece, e particolari a profusione per le altre ambientazioni: la campagna iraniana, risparmiata dagli orrori della Rivoluzione Islamica, e l’Austria, dove Marjane quattordicenne viene mandata dalla famiglia a studiare e sperimentare un’esistenza diversa.

Eppure, a fare di Persepolis un film da vedere non è tanto la singolare vicenda della protagonista, con la quale in fondo la vita si dimostra magnanima, se non proprio materna, concedendole di partire per l’Austria, tornare e infine di nuovo scegliere la Francia – questa volta definitivamente – dove ricostruirsi da capo. Non è solo dentro Marjane, che sta l’essenza femminile di Persepolis, ma nel valore simbolico di cui è portatrice, e nel raccontare – raccontando di sé – di centinaia di migliaia di donne cui non è concessa l’alternativa.
In guardia!, può darsi che
Persepolis non sia adatto ad un pubblico maschile. Perché è di temi antichissimi che parla, andando a solleticare corde, portati e substrati che buona parte del mondo condivide; e perché predica la possibilità di cambiare, l’indipendenza, la dignità e il coraggio.
Se non piace, allora, non sarà per la mano che l’ha disegnato; forse, piuttosto, per la mente che muove quella mano.