10 punti
Un giorno mio padre
per insegnarmi la lealtà
mi ha dato un calcio in
faccia
P. Mureddu
3
punti
Avrò avuto sei anni.
Forse cinque. Ero un bel bambino, a detta di alcuni.
Io non mi ricordo. So che quel giorno ero nel
soggiorno di mia zia, al piano di sopra, con i miei
cugini più grandi.
Eravamo quasi sempre insieme in quel periodo io, Luca
e Roberta. Avevano quattro o cinque anni più di me e
non è che capissi proprio tutto quello che si
dicevano, però capivo abbastanza per ridere e mi
divertivo con loro.
buona la prossima/11
{di Matteo Scandolin}
Sabato pomeriggio. Una vita che non passo un sabato pomeriggio in ufficio, e però oggi ci sono. Sistemo mail che non dovrebbero stare nella mia casella di posta in entrata, ma nelle loro sottocartelle, ordinate per argomento o mittente o progetto o altro. Stamattina ho fatto una cosa che non facevo da una vita, anche qui: ho letto il giornale. Quello di carta. Sfogliato le pagine, non navigato tra le pagine. Letto gli articoli secondo il mio impulso, prima le pagine culturali, poi l’attualità politica, poi tutto il resto (e la nera, per variare, l’ho ignorata: tanto, peggio di così). Parrà strano, e parrà la solita tirata antitecnologica, però: erano davvero mesi.
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Intervista con Nathan Englander
Nathan Englander è quel che si dice un bel ragazzo, dall’aria trendy, i riccioli disobbedienti al gel e lo sguardo buono, appena velato di tristezza.
Spiega alla platea di fotografi e giornalisti che da quando è giunto nella capitale non ha fatto altro che gustare dell’ottima cucina e che, probabilmente, tornerà a Manhattan con diversi chili in più.
«Sono nato a New York, vivo a Manhattan e passo molto tempo a Gerusalemme» dice. «È profondamente significativo il fatto che sia Roma ad ospitare questo festival letterario: gli ebrei sono a Roma da 2200 anni, sono la più antica comunità ebraica d’Occidente, e oggi questa metropoli ha la grande opportunità di far conoscere al mondo cosa hanno rappresentato gli ebrei per Roma in tutto questo tempo.»Continua a leggere ->
Charme sincopato [chiacchiere di musica/10]
Undicesima puntata. E ultima. Non lo sapevate? Nemmeno io. Prima di iniziare non mi sono dato una scadenza precisa. Ma arrivato fino a qui mi rendo conto che non so per quanto ancora potrei andare avanti ad improvvisare, tenendo l’attenzione bene o male viva. Come dissi alla prima puntata: ad improvvisare si impara. Aggiungo ora: l’importante è capire quando è ora di concludere l’assolo, tacere e lasciare la parola ad un altro. Quindi, con questa vi saluto. Non è detto che più avanti non ci sia un’altra jam-session, comunque. Continua a leggere ->
Fotoracconto

Un sabato qualunque in una casa qualunque di una città qualunque una nonna qualunque si prepara per il rito del mercato.Continua a leggere ->
buona la prossima/10
{di Matteo Scandolin}
Per la strada guardo fisso per terra. A un’edicola compro il giornale, ma guardo sempre in giù e l’edicolante avrà pensato che io sia scemo. Vabbè. Continuo leggendo la prima pagina del giornale, fino a quando non arrivo davanti alla porta del palazzo dove abbiamo l’ufficio. Quasi sbatto contro una signora che abita al terzo... forse al quarto... vabbè, a un piano. Non l’ho ancora capito. Lei mi guarda malissimo, sbotta qualcosa che non colgo e si chiude la porta, di scatto, dietro le spalle. Evviva la cortesia. Apro il portone e salgo fino all’ufficio. Alvise è già alla sua scrivania, con Fabrizio di Milano, l’uomo del Flash, che è seduto alla mia. Sta cincischiando col mio mouse, batte i tasti sulla tastiera del mio iMac. Sorrido. Lui pure. Continua a farsi i cazzi suoi mentre mi tolgo gli occhiali da sole, appoggio la borsa nell’angolo e fulmino Alvise. Alvise sembra non accorgersene.
Neanche in una scena da teatro dell’assurdo, giuro.Continua a leggere ->
Al mattino
S’ode una musica
di notte…
che strepitante, disperata
attende di comporsi.
Si fanno sogni di notte
poi al mattino,
neanche un brandello…
Il silenzio succede
alle note…
Una forza
percorre la notte:
osar sognare.
Poi solo… l’impensabile
al mattino…
Al mattino si suda d’affanni.
Il mattino è polvere di sogni.
E le stelle,
di notte quasi tangibili,
diventano così tristemente
irraggiungibili
al mattino.
Capitavo qui per caso
{di Ferdinando Guadalupi}
Ed eccoci tornati dalle vacanze. Non dico altro, ché tanto sarebbero le solite cazzate da post-ferie. E poi magari voi neanche siete ancora tornati a casa...
Il successo de Il cavaliere oscuro sembra aver portato con sé uno strascico di filosofi “a testa in giù”, altresì detti “pipistrellici”: “il caos è una cosa equa”, “la follia è come la gravità”.
Lascio perdere tutti i “mia moglie...”, ché evidentemente ‘sto marito di fantasia ne ha da vendere. Ve ne cito solo uno perché merita: “io e un amico scopiamo mia moglie in tre”. “Io” + “un amico” = 2 persone...
Per chi cercava “vivere scrivendo”: bè, è il sogno di tutti noi.
Ah, c’è pure uno che andava in cerca di questo sito: “www .eri poter”. Senza speranze...
Alla prossima! E ancora bentorn... ‘sticazzi!
Charme sincopato [chiacchiere di musica/9]
Buongiorno a tutti. Oggi propongo come tema la loop-music. Con questo termine si intende una musica costruita attraverso l’utilizzo di loops (traduzione: "cappi"), ovvero frammenti musicali riprodotti identici per via elettronica.
Vorrei portare come esempio di loop-music due dischi abbastanza recenti: El Camino Real (2007), di William Basinski e Delay (2007), di Julia Kent. Ma prima facciamo una piccola premessa: l’utilizzo del loop al fine della composizione viene, in realtà, da lontano. Risalgono alla fine degli anni Quaranta i primi esperimenti fatti su nastro da Pierre Schaeffer (è la nascita della “musica concreta”, o tape-music). I frutti più maturi di queste sperimentazioni li ritroviamo poi, una decina di anni dopo, negli Stati Uniti, ad opera di compositori come Steve Reich o Terry Riley. Sono gli inizi del “minimalismo”. A contraddistinguere le opere di artisti come Reich e Riley sono essenzialmente due elementi: 1) la diminuzione del materiale musicale, che viene ridotto all’osso e 2) l’idea di sviluppare nel tempo questo materiale, amplificandolo e gonfiandolo attraverso la progressiva articolazione di impercettibili variazioni. Continua a leggere ->
Intervista a Marianna Martino
C’era una volta, soltanto un paio di anni fa, una ragazzina di nome Marianna Martino che sognava non il principe azzurro e neanche un castello incantato e neppure un ballo a corte. La nostra Marianna, dopo il master della Scuola Holden e alcuni corsi di editoria, a soli ventidue anni, sognava di aprire una casa editrice. E sogna che ti risogna, un po’ per magia, quella magia che nasce dalla certezza di amare i libri e la scrittura, un po’ dal gusto per le scommesse apparentemente impossibili da vincere, nasce Zandegù, la casa editrice che propone libri leggeri, ma non frivoli; libri allegri, ma non scemi; libri che danno voce ad una nuova generazione di scrittori pronti a stravolgere tutti gli schemi e a coinvolgere il lettore, facendogli tornare il piacere per la lettura. Qualche titolo? I sassi vanno matti per le sasse, romanzo da comodino, oppure Posa ‘sto libro e baciami, o anche Due cuori e una Playstation, manuale per ammaestrare il vostro Lui alla vita domestica.
In due anni di vita Zandegù ha all’attivo quattordici titoli e pubblica quattro collane: I fichissimi, romanzi surreali, I nati ieri, la collana di racconti, le Zandeguide, manuali buffi e divertenti che trattano temi surreali e i Fuori classe, libri meno surreali, ma dal linguaggio giovane e d’impatto.Continua a leggere ->



