nov 2008

Specchio riflesso

{di Viviana Capurso}

«Guarda ‘sto maledetto cellulare. Non fa che spegnersi. Prima o poi lo butto nel cesso.»
Il cellulare di Fabrizio perde colpi. Melissa non se ne spiega la ragione, è un Samsung abbastanza nuovo. Eppure milioni di volte lei chiama e risponde solo l’operatore telefonico. Altrettante volte, quando sono insieme, Fabrizio le mostra il cellulare spento.Continua a leggere ->

Libero per sempre

{di Florio Panaiotti}

Sono fuggito dal mio corpo. Come ho fatto? Semplice, sono uscito e mi sono messo a correre! Lui non ci stava ad essere mollato, così ha cominciato ad inseguirmi. Me l’aspettavo, sapevo che non sarebbe stato facile. Allora ho corso più forte che potevo, approfittando del fatto che un’anima, senza la zavorra del proprio corpo, può correre davvero veloce, molto più di quanto possa fare un essere umano o un’animale. E poi un’anima non si stanca, mentre un corpo sì.
Così alla fine il mio corpo si è arreso. L’ho visto, nascosto dietro una balla di fieno, mentre si piegava in due dalla fatica, stremato.
Ero libero!
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buona la prossima/14

Prima o poi doveva succedere
{di Matteo Scandolin}

«Mi passa l’acqua?» «Ma certo.» «Grazie.» «Ma di che? Si figuri.»

Uno si immagina uno scambio del genere in uno di quei filmacci da pomeriggio su Canale 5, quando sei ammalato e l’unica cosa che ti separa da qualche altra ora di sonno è capire da che parte sta andando il mondo – e Canale 5 non ti aiuta per niente. Oppure, una puntata di Beautiful. Oppure ancora, un libro scritto male, qualcosa come Danielle Steel, o come si scrive. Uno si immagina che una scena così non succeda nella vita reale.
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Poesie, Gabriella Garofalo

{di Gabriella Garofalo}


a R.L.

Più azzurra voce t’incalzi
se rimarginano crepe sui rami, le radici,
se non guardano:
nasconde l'isola tutto il blu-cobalto
dove paura rigetta, l’orizzonte –

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Il mio problema ha un nome

{di Viviana Capurso}

Il mio problema ha un nome. Da stamattina.
Beh, rassicurante, no?
No, per niente. Vorrei sapere chi ha stabilito che dare un nome alle cose le rende meno drammatiche.
«Sursum corde» direbbe mia nonna, che ha studiato dalle Marcelline «il diavolo non è poi brutto come lo si dipinge». Mia nonna, però, non sa che ho dovuto buttare la frase in Google per capire cosa voleva dire.
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Annuccia e lo zio d'America

{di Silvia Rosa}

Matilde stringeva forte forte la bambola di pezza con le trecce bionde e il vestitino a fiorellini rosa. Guardava la sua mamma piangere e parlare sottovoce con il papà, e poi strattonare, fino quasi a strapparla, la giacca di panno che l’uomo indossava. Il babbo agitava i pugni in aria e gridava, come la bimba mai prima d’ora, nei suoi dieci anni di vita, l’aveva sentito.
Le avevano intimato in malo modo di andare a coricarsi, nella sua stanza, ché era tardi.
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Capitavo qui per caso

Porte aperte a tutte le chiavi (di ricerca)
{di Ferdinando Guadalupi}

Ora che posso sfidare chiunque a non essere tornato dalle vacanze (estive), immagino che starete programmando quelle invernali. Quindi... lasciamo stare.

Faccio un attimo il marchettaro: “esistono caffe letterari a padova”? ... ma certo! C’è il Cafè Au Livre, che è stata sede del BIRRA del 17 maggio scorso, in occasione del nostro primo compleanno! Ah, e magari la prossima volta cerca quantomeno “caffè”, con la “e” accentata!

Un romanticone: “dio dammi lei”. Poi la conversione: “eri meglio forse tu di lei”, “grazie ricevute da sant antonio padova”, “grazie ricevute madre speranza”. Chissà se avrà preso i voti (non quelli di scuola, eh)...

“Cazzo moglie anziano”: trovate voi la combinazione vincente. Nel frattempo vi saluto.

Alla prossima!

buona la prossima/13

Questa è una cosa che non sapremo mai
{di Matteo Scandolin}

Mi gira un poco tutto, e le cose perdono nitidezza. Non metto più a fuoco chiaramente, e questo succede per due, tre secondi. Forse meno o forse più, non ho il senso del tempo in questo momento. Mi sembra solo che la mia mano sia più distante, e sbiadita, contro uno sfondo scuro che è misto di pavimento e libreria, e quel sottile strato di polvere che non mi riesce mai di togliere dagli scaffali.Continua a leggere ->

Poesie di Ivan Fassio

{di Ivan Fassio}

I.

Deve darsi come incomprensibile, contorta e instabile questa lettera che scrivo a te, al mondo, al futuro. Questo passo di danza fuori tempo, questa voce tonante che si smorza, partitura franta che inciampa, discorso che passeggia sbieco e s’interrompe. Da leggersi come disumana, così piano o così forte che non s’indovini un contenuto, che un messaggio - vana speranza - non riesca a trapelare. Richiede uno sforzo appena, un coraggio da animale, una volta per sempre e poi mai più!
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