Ustione
{Gli amici di Round Robin ci hanno dato il permesso di pubblicare un racconto Brock Adams. La traduzione è di Davide Martirani e se volete sapere qualcosa in più su Brock Adams, sulla sua raccolta Cose che puoi fare con un barattolo di zuppa Campbell e sulla casa editrice Round Robin, trovate tutto quello che vi serve qui.}
Ha lasciato di nuovo l’arricciacapelli acceso sul piano del bagno, e stavolta, quando inciampo nel buio e appoggio la mano sul piano mentre sto facendo pipì, avvolgo il palmo attorno al metallo ustionante. Lo tengo lì per un attimo prima di capire cosa sta succedendo; è sufficiente perché la pelle bruci e il dolore salga su per i nervi fin dentro al cervello, sufficiente per farmi urlare una cosa tipo Yeeeeeoooooooow prima di tirare via la mano di scatto facendo rotolare l’arricciatore sulle mattonelle.Continua a leggere ->
Teatrismi (5)
Benvenuti ad una nuova puntata di Teatratrismi e buona primavera a tutti (un approccio bucolico predispone sempre il lettore ad un atteggiamento positivo). Questo mese, come preannunciato nella scorsa rubrica e approfittando delle scarse condizioni psicofisiche del B.V.M.S. dovute alla sua trasferta toscana, inizierà il microcorso di “ Degustazione Teatrale”.
Prima di distribuire a destra e a manca consigli su come “assaporare” adeguatamente una rappresentazione, cosa che avverrà dal prossimo mese, ho deciso di dedicare questa lezione introduttiva a un argomento che si trova a monte della visione vera e propria dello spettacolo ma che risulta altrettanto fondamentale: la scelta di cosa vedere.
LEZIONE NUMERO UNO: “PERCHÉ LO SPETTACOLO ANZICHÉ DUE BIRRE MEDIE”.Continua a leggere ->
Pillole: diario di un photo-addicted (4)
{di Gabriele Naia}

Essere rappresentati da una galleria come la Gagosian Gallery, significa parecchio. Come dire essere pubblicati da Adelphi, o essere reclutati dalla Juventus. Qualcosa del genere. La Gagosian (tre sedi a New York, una a Los Angeles, due a Londra, una a Roma e una ad Atene) sfoggia nomi come Jeff Koons, Yves Klein, Roy Lichtenstein, Jackson Pollock, Ed Rusha, John Currin, Lucio Fontana, Douglas Gordon, Francis Bacon, Cindy Sherman. I grandi di oggi, o dell’altro ieri, stanno là.Continua a leggere ->
Vandali della matassa: Molleindustria

Molleindustria fa videogiochi. E fin qui ci siamo.
Molleindustria è in realtà una persona sola, Paolo Pedercini, classe ‘81. “Fa videogiochi” vuol dire che Paolo ha un’idea, che si trasforma in un progetto, che si trasforma in un codice di programmazione, che si trasforma in un videogioco che scarichi gratuitamente dal sito di Molleindustria. Qualche mese fa il suo Every day the same dream ha fatto meritatamente il giro della rete e Paolo è stato intervistato da Wired (ma in realtà sono anni che i videogiochi di Molleindustria fanno parlare di sé).
Ora, dietro tutto questo c’è un’idea precisa, un po’ incazzata e un po’ estremista. E pensare che in Italia (!) ci sia un estremista incazzato che fa cose così belle francamente scalda il cuore.
Il progetto nasce dalla constatazione che “i videogiochi sono ormai diventati un fenomeno di massa. Muovono un giro d'affari superiore a quello del cinema, costituiscono il principale motivo di sviluppo di nuovo hardware e saranno presto attori chiave nei processi di convergenza dei mass media” e che quindi “occorre mettere in discussione la presunta innocenza dell'intrattenimento” sviluppando un dibattito che possa “coinvolgere le galassie del media-attivismo, della software e della net.art”.
Detto questo, divertiti. Perché il punto è anche questo: divertirsi. Allora mena una divinità, oppure trivella e corrompi i politici, oppure copula con il copulabile, oppure ammazza Giorgio Faletti. E dopo esserti divertito butta un occhio al blog, dove c’è molta roba interessante su cui ragionare, anche se di videogiochi non te ne frega una mazza.
#31
Di tutte le grandi metafore della lettura ce n’è una che ci portiamo dietro dalla notte dei tempi: la lettura come viaggio. Potrei aggiungere che “un libro è una porta a-perta sul mondo” o che “la letteratura è l’unico vero biglietto di imbarco”. Invece no: a me quella metafora fa cagare. E 1.460.000 di pagine web indicizzate su Google, una mandria di professori che si sfringuellano davanti agli aggiornamenti Opac, un esercito di iscritti a facoltà umanistiche che si sfrucugliano con immagini idealizzate di terre lontane non mi fanno cambiare idea. Perché se ci sono due co-se che ti riescono bene solo a casa sono leggere e scrivere. E infatti gli scrittori ogni tanto si ammazzano.
Per cui chiudi la porta con quattro mandate, stacca il telefono, mettiti in mutande, leggi il raccontazzo di Alessandro Milanese, la poesia di quel borderline di Terry Boligol, e ascoltati la playlist di Polaroid. E se per caso ti venisse in mente che la rubrica made in UK di Fontefrancesco sia in pale-se contraddizione con quanto ho detto, be’, amore: l’errore è in te.
inutile non passa al body scanner.
La differenza
La lingua, in
rispondenza alla sua funzione di dominare le
situazioni, deve anche adattarsi al caos che compare
in esse: la lingua deve lasciar aperta al parlante la
disponibilità di innovazione creatrice che
corrisponde alla casualità della situazione. Ciò vale
già, per esempio, per l’espressione di sentimenti del
parlante non completamente risolvibili in segni
prefissati.
L’incompiutezza strutturale della lingua rende
possibile la poesia.
– Heinrich Lausberg
Mia madre mi ha
raccontato almeno un paio di volte di quando uno
specchio le è caduto addosso.
Era da poco morto suo padre, lei avrà avuto sette,
otto anni – adesso non ricordo. La nonna le aveva
chiesto di andare in camera a prenderle qualcosa. La
camera dove il nonno era stato sdraiato sul letto,
col vestito buono, prima di essere incassato. La
camera che, come in un sacco di altre storie, era
all’ultimo piano della casa, in fondo a un corridoio
buio dopo una serie di ripidi scalini di marmo. Mia
madre dice che la nonna lo faceva
apposta.
La minima importanza
Insomma, siamo felici. L’amore che dai è l’amore che dai ch’è sempre l’amore che dai e ricevi.
Requiem per i nostri sogni
Ci sono periodi della vita in cui andare a dormire la sera mi spaventa. Dietro l’apparenza innocua del letto rifatto, pronto per il sonno, intravedo il vero significato del dormire: la violenza senza luogo e senza tempo del mondo onirico. Le lenzuola ordinate mentono. Dormire non è un riposo ma una lotta, un essere sospesi, un languido corteggiamento con la morte. Dormendo siamo vivi, e fragili, come da svegli non ci permetteremmo mai di essere.
In altri periodi, meno turbolenti, mi concedo al sonno con dolcezza. Coperte e cuscini si trasformano nell’abbraccio di una donna che riscalda e annulla al tempo stesso. Cerco il contatto e la sospensione, mi addormento in fretta e dormendo mi faccio consapevolmente oggetto. In quei periodi, di solito, sogno.Continua a leggere ->
About a record (4)
Ok, questa non è
la posta del
cuore.
Non è una rubrica di consigli amorosi.
Però, caspiterina, quando a uno scappa di dare un
consiglio, vorrà ben dire qualcosa.
(Apro una parentesi e
mi rivolgo a chi mi conosce
personalmente.
Non sono impazzito, e
sono conscio che IO sono l'ultima persona sul globo
terrestre che può pontificare sulla questione. Non vi
preoccupate, è una cosa occasionale e non capiterà
mai più. Chiusa
parentesi.)
Bard NordEst (6)
Entra Boracho, si siede, mi guarda e dice:
«Ma lo sai chi cazzo sono io?»
Io muovo su e giù la testa. E lui rabbioso riprende:
«Non lo sai, tu non lo sai chi sono davvero io».
Io alzo le spalle. Lui continua:
«Io sono l’unico souvenir. Sono il souvenir dell’osteria. Capito?».
Faccio cenno ok con la testa.
«Souvenir uguale oggetto uguale ricordo. Io sono l’oggetto che s’è salvato. Io sono il ricordo d’un mondo che non c’è più. Capito chi sono io?»
Mi alzo. Esco. Boracho resta appeso al bicchiere. Fino all’orlo colmo di ricordi.
#30

Nel 1975 Carolee Schneemann si presentò nuda sul palco e, dopo essersi cosparsa di fango, estrasse dalla vagina un lungo papiro arrotolato. Lo scopo della performance era attaccare gli strutturalisti, che sostenevano che il corpo fosse separato dal simbolo linguistico che lo rappresentava. Sul lungo papiro (pronuncia: «p’pairo») c’era scritto: «Ernesto Baj, Tempi di merda (1000); Mattia Filippini, Il mutamento delle proporzioni; M.F. Fontefrancesco, Balti; Alessandro Casella, Nessun cane scrive come me; poster di Daniele Pirozzi».
Carolee Schneemann aveva la vista lunga, quanto il suo papiro. E nel 2010 siamo onorati di poter finalmente spiegare al mondo il significato di quel bizzarro elenco, che nel 1975 dovette risulta incomprensibile. Noi di inutile, anziché schierarci contro lo strutturalismo, preferiamo rendere omaggio alla soave Carolee, tracciando un delizioso legame intellettuale nel nome dell’unione tra il corpo e il suo simbolo linguistico. Per questo vi invito caldamente a srotolare il papiro ch’è in voi.
{A.R.}
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L'uomo fra le nuvole
Era un uomo che viveva fra le nuvole. No, non era un aviatore e nemmeno un gabbiano, pur appartenendo al regno animale e non vegetale. Viveva fra le nuvole perché era molto alto? Be’ non esageriamo anche se sfiorava il metro e ottanta il che è ragguardevole di questi tempi, ma non sufficiente a lambire il cielo.Continua a leggere ->



