apr 2010

Teatrismi (6)

{di Paolo Zaffaina}

Nell’ultima rubrica lo spazio di cui mi sono appropriato era un po’ superiore a quello concesso normalmente (vero) ma l’ho fatto involontariamente (falso).
Di conseguenza e giustamente, questo mese ridurrò il numero di caratteri in modo da mediare il computo totale e, siccome ritengo che ridurre le dimensioni di un articolo non ne debba compromettere la qualità, userò il lavoro di un altro. Nella fattispecie userò il lavoro del sig. Elia Kazan.
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Audace

{di Brock Adams}

{Sempre per intercessione degli amici di Round Robin, eccovi un altro racconto di
Brock Adams.}

Era una borseggiatrice.

Frequentava la stazione della metro tra la 34esima e Holloway, dove ogni mattina Gerald aspettava il treno sulla stessa fredda panchina di cemento. La guardava attraverso gli occhiali spessi. Era giovane, fragile e magra, emaciata, con i capelli corti arruffati, e si muoveva come uno spettro, scomparendo e riapparendo alla vista mentre la folla si accalcava.

Gli faceva aspettare le mattine con impazienza. Gli dava le palpitazioni. Quando la guardava era l’unico momento in cui Gerald si sentiva vivo dal giorno in cui aveva trovato Dolores – sua moglie da cinquantatre anni – a faccia in giù nei suoi Cheerios, una domenica a colazione, morta di infarto.Continua a leggere ->

Il paese bello

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Stefano Sgambati è uno bravo. Ma bravo davvero. Lo sappiamo, perché qualcosa di lui abbiam pubblicato (vi ricordate il fantastico Il non più giovane Holden, nel #24? O Facce, pubblicato lo scorso settembre? O il piacevolissimo Eternity, dello scorso giugno?). Ebbene, è uscito lo scorso 15 aprile, per gli amici di Intermezzi editore, la sua raccolta Il paese bello, di cui qui potete leggere un estratto.

A noi Stefano piace, appunto: e siamo molto ma davvero molto contenti di questo libro. Se vi fidate, andrebbe comprato. (E se vi fidate, dovreste comunque comprare Intermezzi, ché son bravi.) (E se volete comprare Intermezzi,
potreste associarvi...)

Finzioni #12

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Signorine e signoretti, è uscito il dodicesimo numero di Finzioni. Ve lo segnaliamo perché ci sono dentro quattro ridicole recensioni composte dal nostro insostituibile Alessandro Romeo, ma sappiate una cosa, signorini e signorette: Finzioni andrebbe letto sempre, non quando il vostro opuscolo del cuore ci fa una capatina. Ci sono più cose tra le altre riviste, Orazio, eccetera eccetera eccetera.

Pillole: diario di un photo-addicted (5)

{di Gabriele Naia}

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Da un po’ di tempo, ormai, è difficile distinguere il cinema dalla fotografia, la fotografia dalla videoarte, le immagini pubblicitarie da quelle di moda, le immagini di moda dalla fotografia normalmente detta d’arte (definizione oscena, a dirla tutta). L’universo delle immagini si fa di giorno in giorno più fitto, e le relazioni tra i vari media (cinema, fotografia, grafica, etc.), così come quelle tra i diversi canali (arte, pubblicità, moda...), appaiono sempre più complesse e stratificate. Ci troviamo tra le immagini, per citare un noto testo di Bellour, o, detta in altri termini, nella tanto discussa visual culture. Ciò significa: abolire le distinzioni e ragionare, appunto, semplicemente su immagini – nel senso più ampio possibile. Continua a leggere ->

ta-dan! #32

un editoriale, di Alessandro Romeo

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Marina Abramovi, la nonna della performance, non è una che scherza. Nel 1974, a Napoli, annunciò che il suo corpo sarebbe rimasto privo di volontà per sei ore e che gli spettatori avrebbero potuto fare di lei quello che volevano utilizzando dei fiammiferi, delle forbici e una pistola carica. Dopo tre ore di timidi tentativi da parte del pubblico, la situazione degenerò: cominciarono a tagliarle i vestiti e a ferirla, finché qualcuno non la invitò ad ammazzarsi. Cosa che poi non avvenne. Pare che per la retrospettiva che le hanno dedicato al Moma di New York, la Abramovi abbia deciso di mangiare l’intera produzione cartacea di inutile, dichiarando: «Gli altri numeri li conosco a memoria. Sto aspettando l’uscita del #32 per leggere i racconti brevi di Mirko Belliscioni e la rubrica di MFF, ascoltare la playlist di Polaroid e l’estasi di Gianluca Merola, godere la poesia di Terry Boligol e ammirare il poster di Sara Pavan. Sarà il mio dessert.»

inutile, la rivista che preferisce Marina Abramovi quando fotografava le conta- dine balcaniche con le tette al vento.

Rosso in fuga

{di Michele Lupo}

La macchina è ferma sull’ansa di una strada di campagna, prossima a un dirupo di rocce spoglie che rovinano un centinaio di metri più in basso. È un punto in cui la stradina si slarga, quel tanto perché ci si possa sostare e consentire il transito alle altre macchine. La pioggia fitta riesce a nasconderli parzialmente dall’esterno – una camera d’albergo era proprio esclusa. Rosso, sudatissimo, è accucciato come una bestia affamata fra le cosce di Monica. La testa si affanna lì in mezzo con un eccesso di energia, la lingua colpisce il clitoride con la punta ogni volta che risale. Solleva poco la testa e getta lo sguardo oltre il finestrino, il tempo di vedere una massa verde di frasche battute dal vento e dall’acqua.

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Cartacarbone: Strane dizioni

{di Sara Pavan}

strane dizioni

{Avete presente, no, in che condizioni versa il tavolo di lavoro di un fumettista? Ecco, tenetevi a mente quell'immagine. 
Abbiamo chiesto a Sara Pavan di
ernestvirgola di occuparsi per noi di fumetto e affini. La rubrica, che si intitola Cartacarbone, sarà un appuntamento mensile fisso in cui si parlerà di autoproduzioni, roba di carta, roba fatta a mano, colori, disegni, grafica matite, autori famosi, sconosciuti, italiani, stranieri, e tutto quel casino di roba accatasta che macchia e sporca e ci rende felici.}Continua a leggere ->

"Fondamentalmente" è la parola d'ordine

Ieri pomeriggio il nostro buon Ale è passato on air su Traffic, il programma radiofonico condotto da Carlo Pastore e Brenda Lodigiani, in onda dal lunedì al venerdì tra le quattro e le cinque su Radio2. Se volete sentire che cose fondamentali si sono detti il nostro fondamentale terzetto, potete scaricare da qui il podcast della puntata.

Grazie alla banda di Traffic per aver pensato a noi, visto che parlavano di “cose inutili”! Evvai!

About a record (5)

{di Alessandro Milanese}

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Cominciamo chiarendo una cosa: il disco dei Liars è un pretesto, e questa non è una recensione.
Bene.
Questo è un pezzo che parla di un vizio, che negli anni è diventato sempre più grave, non perché si sia aggravato, ma perché siam rimasti in pochi ormai, a macchiarci di quest'onta, questa vergogna.
Confesso.
Oltre ad avere una malsana passione per la squadra della mia città, per i prodotti Ferrero (Fiesta su tutti), per le fiction (o volgarmente telefilm, anche quelli pseudo adolescenziali, alla mia età?) e per le more minute (alla Natalie Portman), ho ancora il coraggio di comprare dei dischi.

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Bar NordEst (7)

{di Massimiliano Santarossa}

Entra Rabbia, si siede, mi guarda e dice:
«Non ci sto più, in sta merda di città».

Guardo i suoi capelli. Negli anni Novanta erano gialli color del fieno, codino lungo. Lui riprende:
«Barista, butta una prugna. Doppia. Ora parto. Ragazzi parto e non torno più. Vado in Spagna. Io».

Ha capelli tutti rasati ai lati. Al centro lunghissimi. Il codino arriva a metà della spina dorsale. Continua, urla:
«Fuori da sta merda di Nordest, mi mantengo senza muovere il culo. Io là fuori sono un Dio. Butta un’altra prugna».

L’elastico in stoffa, giallo, arrotolato attorno alla coda, proprio come negli anni Novanta. Parla:
«La Spagna mi sta sul cazzo. C’è il mare. E il mare mi sta sul cazzo. Ma vivo bene. Laggiù sono un mantenuto. Come Dio».

Questi non sono gli anni Novanta. Sono trascorsi vent’anni dai suoi capelli gialli. Oggi ha capelli grigi. Il giallo e il fieno, qui, oggi, non ci son più.
«Vado dritto in Spagna. Parto domani. La Spagna mi sta sul cazzo. C’è il mare. Butta un’altra prugna, barista».

Mi alzo. Esco. Rabbia resta lì, col suo bicchiere e i suoi capelli lunghi. Grigi. Come i sogni che non ha più.

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Il mese di marzo 2010.