Intervista a Manuela Minelli
31/03/08 23:53 Archiviato in:intervista
{Arturo Fabra
intervista Manuela
Minelli}
Se ti dico "potere del giornalista" tu a cosa pensi? E come definiresti Manuela come giornalista?
Il potere del giornalista, ovviamente se il giornalista non è attaccato a carri politici e/o è veramente libero di poter dire ciò che vuole, è quello di poter rendere pubblici vizi, virtù e misfatti di personaggi noti. E anche di svelare inciuci e imbrogli di vario genere e tipo. Purtroppo questo tipo di giornalisti sono sempre più una specie in via di estinzione. Se sono dipendenti, e quindi stipendiati da un giornale, hanno sempre meno possibilità di essere sinceri, e quindi sempre meno potere. Qualcuno ha pagato caro amore di cronaca e di verità , e penso a Mino Pecorelli, il giornalista ucciso anni fa per aver denunciato delicati meccanismi che legano il sistema degli affari a quello della politica. Ma anche a Roberto Saviano, che già free lance "scomodo", una volta dato alle stampe il suo Gomorra vive una vita blindata. Talvolta il giornalista troppo sincero viene "promosso" ad altro incarico, laddove non può far danni a qualcuno delle altre sfere. Forse i giornalisti free-lance sono i più liberi. E credo nasca da questo il dilagante fenomeno dei blog. Non si apre un blog spinti soltanto dalla voglia di scrivere e di giocare a fare i giornalisti, ma anche dalla necessità di sentirsi liberi nello scrivere. Siccome il tuo blog è solo tuo, ne sei l'unico responsabile, hai l'enorme potere di dire tutto ciò che vuoi, persino sugli intoccabili. Puoi sparare a zero sul Papa e sul presidente della Repubblica, su Maurizio Costanzo e su Bush, senza correre alcun pericolo. I bloggers sono i giornalisti più potenti, hanno il potere dato dalla libertà.
L'espressione "potere del giornalismo" mi fa venire in mente anche altre cose. Un posto in prima fila nei templi sacri della Moda per le sfilate, per esempio, uno in tribuna d'onore per la finalissima di calcio, un altro in centro platea per la prima dello spettacolo dove i biglietti sono esauriti già da due mesi. E poi viaggi meravigliosi, i migliori ristoranti e i migliori alberghi, una tessera open-vip per il centro benessere, una giacca di cachemire direttamente a casa, omaggio dello stilista e pregiati cesti natalizi per le feste e, magari, un Cartier d'oro dallo sponsor della nota manifestazione, in cambio della promessa di una menzione. Anche questo è il potere del giornalista-prostituto che, ovviamente, non fa rima con libertà.
E poi, ancora, mi viene in mente il "potere del giornalista" nel riferire agli amici, magari arricchendo il racconto di particolari romanzati,di aver stretto la mano alla Principessa Diana, o parlato per un'ora occhi negli occhi con la Bellucci o, anche, di esser stato a cena in casa Totti/Blasy
Manuela giornalista ha sempre amato la libertà di stampa e di idee, forse per questo è stata sempre e solo free lance. Le è capitato pure che un noto produttore di ottima grappa a sole due ore da un'intervista telefonica le mandasse a casa una scatola di pregiatissimi distillati, assolutamente inaspettati e anche di avere posti in prima fila a concerti, sfilate, spettacoli, ma solo perchè era lì per lavoro, per l'intervista, appunto. Sono stata anche invitata a cene in case note e partecipato a viaggi meravigliosi, alloggiando in hotel iperlussuosi, ma sempre e solo per réportage turistici, settore in cui la libertà ancora si poteva esercitare.
In una di queste cene sono stata attaccata da un paio di “attori parenti di…” per un mio articolo apparso su Repubblica, in cui parlavo di nepotismo. A difendermi fu Michele Placido, ma anche perché uno di questi aveva alzato un po’ il gomito.
Manuela come giornalista, ma anche in qualsiasi altra attività, ha sempre amato la libertà, forse per questo ha lavorato sempre e solo come free-lance.
Quanto e come lavori concretamente e la tua vita privata quanto ne risente?
Da qualche anno lavoro molto meno come giornalista, perché dopo l’avvento di internet troppi free lance sono stati tromb... ehm... ehmm... diciamo... messi a riposo e poi perché ho un altro lavoro, quello che io chiamo lavoro-pagnotta, che col giornalismo c’entra poco. In compenso ho più tempo per scrivere , senza alcun tipo di condizionamento, il vero potere è quello dello scrittore, direi.
Faccio in modo che la vita privata ne risenta poco, perché amo scrivere quando tutte le attività domestiche sono terminate, quindi in un orario variabile tra le 23 e le quattro del mattino. Quando ero giornalista a tempo pieno però, c’erano liti furibonde con il mio allora fidanzato perché magari dovevo partire per Hong Kong o andare ad un convegno a Palermo, piuttosto che volare a Milano per un’intervista. E pensare che avrei voluto fare l’inviata di guerra…..!
Quanto dista il giornalismo d'oggi da un puro sensazionalismo anche un po' voyeuristico?
Direi poco, molto poco. Troppo poco. Però bisogna distinguere: ci sono tali e tanti tipi di giornalismo. L’inviato che va ad intervistare la mamma della ragazzina travolta e uccisa dal solito pirata della strada chiedendole con l’apposita faccia di circostanza, nonché di bronzo: «Signora ci dica, ora lei come si sente?»... beh... credo che neanche si possa chiamare giornalismo.
E mi disturbano non poco anche quei tipi che si appostano per giorni intorno alla “casa del delitto efferato”, intervistando tutti quelli che hanno la malaugurata idea di capitargli vicino, per chiedere cose come «Ma lei avrebbe mai pensato che il signor Rossi poteva accoltellare moglie, figli e nipotini, quindi farli a spezzatino e mangiarli in umido?», oppure, «Signora, ma lei non si era mai accorta di nulla? Ha sentito mai delle grida provenire da quella abitazione?», o anche, «Quando eravate compagni di scuola con l’assassino, ha mai notato in lui comportamenti anomali?»
Oggi purtroppo un certo giornalismo soddisfa la richiesta di certi telespettatori. Certi servizi in tivvù, ma anche certi articoli sui giornali, fanno audience solo se sono intrisi di sangue, se vanno a scavare nelle vite private dei poveri malcapitati, se rivelano episodi piccanti e/o trucidi, spesso inventati e ritoccati, perché questo vuole un certo pubblico. Non c’è nessuna differenza tra questo e le piazze gremite di popolo quando gli si offriva lo spettacolo della ghigliottina o di una bella impiccagione. Forse l’unica diversità sta nel fatto che oggi quel certo spettatore non ha neppure bisogno di scomodarsi ad uscire, lo show gli viene offerto direttamente nel comodo salotto di casa sua. La gente si indigna per questo, però basterebbe ricordarsi che abbiamo l’uso di un grande strumento di potere: il telecomando. Basta un clic per far scomparire quello che più che giornalismo chiamerei sciacallaggio.
Sinceramente, pensi che esista DAVVERO la libertà di stampa?
Voglio essere ottimista, penso di sì. E penso a periodici come Diario, Storie o Giudizio Universale, a deliziose riviste on line (questa ne è un bell’esempio). Penso a Beppe Grillo, magari più quello di qualche anno fa, a certi giornalisti cocciuti e rompipalle, ma soprattutto penso a Enzo Baldoni, uno dei miei miti, uno che tanto credeva nella libertà di stampa, e anche di azione che, mentre andava dalle parti di Gino Strada, ci ha rimesso la vita. E poi a Ilaria Alpi e al suo operatore Milan Hrovatin e a certe belle trasmissioni di RaiTre, che magari passano sotto silenzio. E poi penso, ancora una volta, ai blog, ai tanti blog intelligenti, liberi, ironici, di denuncia, veri esempi di puro e sano giornalismo senza bavagli.
Ma il giornalista è dotato di più, meno o uguale narcisismo rispetto ad uno scrittore? E cos'è che ti ha spinto a fare il salto verso la narrativa?
Anche qui ogni caso è un caso a sé. Ma volendo fare un discorso in generale credo che un giornalista, specie se ha la fortuna (la fortuna?!?!?) di lavorare per un quotidiano o un periodico famosi, non può non essere un gran narcisista. Se va in video poi siamo alla stessa stregua di una diva. Io ne ho visto più di uno fare i capricci perché il fondotinta faceva ombra vicino al naso e i capelli non erano abbastanza gonfi. Inoltre l’autore aveva scritto una castroneria che lui mai e poi mai avrebbe ripetuto e il caffè era freddo e sapeva di bruciato. E non parlo di donne, ma di maschietti.
Se penso invece a giornalisti che sanno il fatto loro, uno su tutti, l’indimenticabile Enzo Biagi, uno che era sé stesso, che sembrava un “grigio”, che non voleva apparire simpatico, gente che lavora in tutta tranquillità, come artigiani della parola, senza divismi inutili che nulla dovrebbero avere a che fare con chi fa il messaggero di fatti accaduti, non penso all’aggettivo “narcisista”. In genere il giornalista narcisista è quello meno sicuro di sé, quello che per affermarsi ha bisogno di “fare la star” perché, appunto, non è e probabilmente non sarà mai una star. Ma questo, lo sappiamo, non capita solo nel giornalismo.
Tra gli scrittori poi ci sono dei gran begli esempi di narcisisti, di fissati, di maniaci, di paranoici. Ma anche lì è scientificamente provato che chi lavora meticolosamente per amore della parola e non delle parole degli altri, non sarà mai un narcisista.
Personalmente il salto verso la narrativa è stata un’esigenza bella e buona. Non potevo certo concentrare quello che sentivo dentro, mettiamo le 114 pagine di C’è odore di cuore, in due cartelle dattiloscritte, col rischio che un qualche sistema grafico avrebbe potuto tagliarle. Uno scrittore poi è sempre molto più libero di un giornalista. Certo la libertà ha un prezzo, quello della rata del mutuo, delle bollette da pagare e del conto in rosso. Ma tutto non si può avere. E poi quando diventerò celebre e, di conseguenza, anche un po’ narcisista, vi saprò spiegare meglio la differenza.
Se ti dico "potere del giornalista" tu a cosa pensi? E come definiresti Manuela come giornalista?
Il potere del giornalista, ovviamente se il giornalista non è attaccato a carri politici e/o è veramente libero di poter dire ciò che vuole, è quello di poter rendere pubblici vizi, virtù e misfatti di personaggi noti. E anche di svelare inciuci e imbrogli di vario genere e tipo. Purtroppo questo tipo di giornalisti sono sempre più una specie in via di estinzione. Se sono dipendenti, e quindi stipendiati da un giornale, hanno sempre meno possibilità di essere sinceri, e quindi sempre meno potere. Qualcuno ha pagato caro amore di cronaca e di verità , e penso a Mino Pecorelli, il giornalista ucciso anni fa per aver denunciato delicati meccanismi che legano il sistema degli affari a quello della politica. Ma anche a Roberto Saviano, che già free lance "scomodo", una volta dato alle stampe il suo Gomorra vive una vita blindata. Talvolta il giornalista troppo sincero viene "promosso" ad altro incarico, laddove non può far danni a qualcuno delle altre sfere. Forse i giornalisti free-lance sono i più liberi. E credo nasca da questo il dilagante fenomeno dei blog. Non si apre un blog spinti soltanto dalla voglia di scrivere e di giocare a fare i giornalisti, ma anche dalla necessità di sentirsi liberi nello scrivere. Siccome il tuo blog è solo tuo, ne sei l'unico responsabile, hai l'enorme potere di dire tutto ciò che vuoi, persino sugli intoccabili. Puoi sparare a zero sul Papa e sul presidente della Repubblica, su Maurizio Costanzo e su Bush, senza correre alcun pericolo. I bloggers sono i giornalisti più potenti, hanno il potere dato dalla libertà.
L'espressione "potere del giornalismo" mi fa venire in mente anche altre cose. Un posto in prima fila nei templi sacri della Moda per le sfilate, per esempio, uno in tribuna d'onore per la finalissima di calcio, un altro in centro platea per la prima dello spettacolo dove i biglietti sono esauriti già da due mesi. E poi viaggi meravigliosi, i migliori ristoranti e i migliori alberghi, una tessera open-vip per il centro benessere, una giacca di cachemire direttamente a casa, omaggio dello stilista e pregiati cesti natalizi per le feste e, magari, un Cartier d'oro dallo sponsor della nota manifestazione, in cambio della promessa di una menzione. Anche questo è il potere del giornalista-prostituto che, ovviamente, non fa rima con libertà.
E poi, ancora, mi viene in mente il "potere del giornalista" nel riferire agli amici, magari arricchendo il racconto di particolari romanzati,di aver stretto la mano alla Principessa Diana, o parlato per un'ora occhi negli occhi con la Bellucci o, anche, di esser stato a cena in casa Totti/Blasy
Manuela giornalista ha sempre amato la libertà di stampa e di idee, forse per questo è stata sempre e solo free lance. Le è capitato pure che un noto produttore di ottima grappa a sole due ore da un'intervista telefonica le mandasse a casa una scatola di pregiatissimi distillati, assolutamente inaspettati e anche di avere posti in prima fila a concerti, sfilate, spettacoli, ma solo perchè era lì per lavoro, per l'intervista, appunto. Sono stata anche invitata a cene in case note e partecipato a viaggi meravigliosi, alloggiando in hotel iperlussuosi, ma sempre e solo per réportage turistici, settore in cui la libertà ancora si poteva esercitare.
In una di queste cene sono stata attaccata da un paio di “attori parenti di…” per un mio articolo apparso su Repubblica, in cui parlavo di nepotismo. A difendermi fu Michele Placido, ma anche perché uno di questi aveva alzato un po’ il gomito.
Manuela come giornalista, ma anche in qualsiasi altra attività, ha sempre amato la libertà, forse per questo ha lavorato sempre e solo come free-lance.
Quanto e come lavori concretamente e la tua vita privata quanto ne risente?
Da qualche anno lavoro molto meno come giornalista, perché dopo l’avvento di internet troppi free lance sono stati tromb... ehm... ehmm... diciamo... messi a riposo e poi perché ho un altro lavoro, quello che io chiamo lavoro-pagnotta, che col giornalismo c’entra poco. In compenso ho più tempo per scrivere , senza alcun tipo di condizionamento, il vero potere è quello dello scrittore, direi.
Faccio in modo che la vita privata ne risenta poco, perché amo scrivere quando tutte le attività domestiche sono terminate, quindi in un orario variabile tra le 23 e le quattro del mattino. Quando ero giornalista a tempo pieno però, c’erano liti furibonde con il mio allora fidanzato perché magari dovevo partire per Hong Kong o andare ad un convegno a Palermo, piuttosto che volare a Milano per un’intervista. E pensare che avrei voluto fare l’inviata di guerra…..!
Quanto dista il giornalismo d'oggi da un puro sensazionalismo anche un po' voyeuristico?
Direi poco, molto poco. Troppo poco. Però bisogna distinguere: ci sono tali e tanti tipi di giornalismo. L’inviato che va ad intervistare la mamma della ragazzina travolta e uccisa dal solito pirata della strada chiedendole con l’apposita faccia di circostanza, nonché di bronzo: «Signora ci dica, ora lei come si sente?»... beh... credo che neanche si possa chiamare giornalismo.
E mi disturbano non poco anche quei tipi che si appostano per giorni intorno alla “casa del delitto efferato”, intervistando tutti quelli che hanno la malaugurata idea di capitargli vicino, per chiedere cose come «Ma lei avrebbe mai pensato che il signor Rossi poteva accoltellare moglie, figli e nipotini, quindi farli a spezzatino e mangiarli in umido?», oppure, «Signora, ma lei non si era mai accorta di nulla? Ha sentito mai delle grida provenire da quella abitazione?», o anche, «Quando eravate compagni di scuola con l’assassino, ha mai notato in lui comportamenti anomali?»
Oggi purtroppo un certo giornalismo soddisfa la richiesta di certi telespettatori. Certi servizi in tivvù, ma anche certi articoli sui giornali, fanno audience solo se sono intrisi di sangue, se vanno a scavare nelle vite private dei poveri malcapitati, se rivelano episodi piccanti e/o trucidi, spesso inventati e ritoccati, perché questo vuole un certo pubblico. Non c’è nessuna differenza tra questo e le piazze gremite di popolo quando gli si offriva lo spettacolo della ghigliottina o di una bella impiccagione. Forse l’unica diversità sta nel fatto che oggi quel certo spettatore non ha neppure bisogno di scomodarsi ad uscire, lo show gli viene offerto direttamente nel comodo salotto di casa sua. La gente si indigna per questo, però basterebbe ricordarsi che abbiamo l’uso di un grande strumento di potere: il telecomando. Basta un clic per far scomparire quello che più che giornalismo chiamerei sciacallaggio.
Sinceramente, pensi che esista DAVVERO la libertà di stampa?
Voglio essere ottimista, penso di sì. E penso a periodici come Diario, Storie o Giudizio Universale, a deliziose riviste on line (questa ne è un bell’esempio). Penso a Beppe Grillo, magari più quello di qualche anno fa, a certi giornalisti cocciuti e rompipalle, ma soprattutto penso a Enzo Baldoni, uno dei miei miti, uno che tanto credeva nella libertà di stampa, e anche di azione che, mentre andava dalle parti di Gino Strada, ci ha rimesso la vita. E poi a Ilaria Alpi e al suo operatore Milan Hrovatin e a certe belle trasmissioni di RaiTre, che magari passano sotto silenzio. E poi penso, ancora una volta, ai blog, ai tanti blog intelligenti, liberi, ironici, di denuncia, veri esempi di puro e sano giornalismo senza bavagli.
Ma il giornalista è dotato di più, meno o uguale narcisismo rispetto ad uno scrittore? E cos'è che ti ha spinto a fare il salto verso la narrativa?
Anche qui ogni caso è un caso a sé. Ma volendo fare un discorso in generale credo che un giornalista, specie se ha la fortuna (la fortuna?!?!?) di lavorare per un quotidiano o un periodico famosi, non può non essere un gran narcisista. Se va in video poi siamo alla stessa stregua di una diva. Io ne ho visto più di uno fare i capricci perché il fondotinta faceva ombra vicino al naso e i capelli non erano abbastanza gonfi. Inoltre l’autore aveva scritto una castroneria che lui mai e poi mai avrebbe ripetuto e il caffè era freddo e sapeva di bruciato. E non parlo di donne, ma di maschietti.
Se penso invece a giornalisti che sanno il fatto loro, uno su tutti, l’indimenticabile Enzo Biagi, uno che era sé stesso, che sembrava un “grigio”, che non voleva apparire simpatico, gente che lavora in tutta tranquillità, come artigiani della parola, senza divismi inutili che nulla dovrebbero avere a che fare con chi fa il messaggero di fatti accaduti, non penso all’aggettivo “narcisista”. In genere il giornalista narcisista è quello meno sicuro di sé, quello che per affermarsi ha bisogno di “fare la star” perché, appunto, non è e probabilmente non sarà mai una star. Ma questo, lo sappiamo, non capita solo nel giornalismo.
Tra gli scrittori poi ci sono dei gran begli esempi di narcisisti, di fissati, di maniaci, di paranoici. Ma anche lì è scientificamente provato che chi lavora meticolosamente per amore della parola e non delle parole degli altri, non sarà mai un narcisista.
Personalmente il salto verso la narrativa è stata un’esigenza bella e buona. Non potevo certo concentrare quello che sentivo dentro, mettiamo le 114 pagine di C’è odore di cuore, in due cartelle dattiloscritte, col rischio che un qualche sistema grafico avrebbe potuto tagliarle. Uno scrittore poi è sempre molto più libero di un giornalista. Certo la libertà ha un prezzo, quello della rata del mutuo, delle bollette da pagare e del conto in rosso. Ma tutto non si può avere. E poi quando diventerò celebre e, di conseguenza, anche un po’ narcisista, vi saprò spiegare meglio la differenza.



