About a record (6)
{di Alessandro
Milanese}

Ieri sono successe due cose.
Una discretamente importante: l'uscita del nuovo
disco dei National.
L’altra meno: il mio trentasettesimo compleanno.
Restiamo sulla cosa più importante. Dopo il successo
di Boxer tornano i fratelli Dessner con un album
attesissimo da buona parte della stampa e dal nutrito
drappello di fan.
Uno di questi, il sottoscritto, sta aspettando questo
disco in maniera quasi morbosa. Come ha fatto in
precedenza solo per In
rainbows dei Radiohead, ha
ingannato l'attesa andando alla ricerca dei pezzi
nuovi su youtube e preparandosi una scaletta
alternativa fatta di video sgranati con audio
strappaorecchie.
Sappiate, quindi, che state leggendo una
pre-recensione. O una recensione live in bassa
fedeltà.
Scegliete voi.
Il primo pezzo è Terrible
Love (dio vi abbia in gloria),
nell’interpretazione dello show di
Jimmy
Fallon (da noi, quando siamo
fortunati, negli spettacoli in prime
time se va bene ti propinano
Bennato che duetta con la soubrette di turno. Va bè,
pace).
La canzone è un classicone, con una strofa bassissima
(quel tono di voce al tempo stesso un po’ Ian Curtis
e un po’ Brian
Ferry) che poi si apre nel
ritornello in cui la chitarra ritmica e la batteria
salgono su un treno inarrestabile. Taglienti come i
migliori Arcade fire, epici come gli U2 anni Ottanta.
In parole povere: perfetto.
Secondo pezzo uscito in rete, e primo vero singolo
estratto dall'album, è Bloodbuzz
Ohio, il chiavistello per
aprire il cuore degli ascoltatori, come fece
Mistaken for strangers ai tempi di
Boxer.
Ritmo serrato, quasi un incedere alla Interpol, che
si scioglie (come la migliore caramella che abbiate
mai mangiato) quando si arriva al ritornello, una
specie di preghiera con fiati e archi in sottofondo.
La canzone da cantare a chi ti sta accanto quando la
condensa riempie i vetri dopo aver fatto l'amore in
aperta campagna.
Ecco, i National, sono questo.
Il gruppo che qualche canzone dopo ti regala una
ballata come Runaway,
classica già nel titolo. Come prendere i Tindersticks
o il Nick Cave di Murder
Ballads e affidare a loro una hit
di Bob Dylan.
Per non parlare della stilosissima
Afraid of
everyone, dove i nostri, con
orchestra e cori in primo piano, mettono il vestito
buono della festa.
I loro pantaloni scuri, quelle camicie che non si
scostano mai dal nero o dal viola del titolo,
passando al massimo per un grigio scuro. Colori
opachi, ma intensi, che riempiono anche queste nuove
canzoni.
Fa strano chiamarle “nuove”. Perché di nuovo, alla
fine, non c'è praticamente nulla. Conosciamo fin
troppo bene quella voce, quelle chitarre, le emozioni
che ci faranno scoprire, le volte che le ascolteremo
fischiettando i loro accordi minori come piccoli e
solenni inni alla vita, vita che a volte ci sfugge di
mano, all'improvviso.
Fino a quando arriverà anche Vanderlyle crybaby
geek, ultima canzone del
disco, che suona come suonerebbero i REM se volessero
farci ancora un ultimo grande regalo (visto che si
parlava di compleanni). Pochi accordi, quella voce,
un organo da tappezzeria, la chitarra che cerca di
partire ma si stoppa, la batteria nevrotica che si
placa.
E noi, che quando il lettore si fermerà facendo
uscire sul display il numero dei brani e la durata,
riusciremo a pensare solo due cose, ben distinte.
La prima è la voglia di schiacciare di nuovo play e
farlo ripartire da capo, di nuovo, per l'ennesima
volta.
La seconda è la voglia di avere qualcuno al nostro
fianco quando il cd ripartirà.



