About a record (5)

{di Alessandro Milanese}

liars_sisterworld_1268478956


Cominciamo chiarendo una cosa: il disco dei Liars è un pretesto, e questa non è una recensione.
Bene.
Questo è un pezzo che parla di un vizio, che negli anni è diventato sempre più grave, non perché si sia aggravato, ma perché siam rimasti in pochi ormai, a macchiarci di quest'onta, questa vergogna.
Confesso.
Oltre ad avere una malsana passione per la squadra della mia città, per i prodotti Ferrero (Fiesta su tutti), per le fiction (o volgarmente telefilm, anche quelli pseudo adolescenziali, alla mia età?) e per le more minute (alla Natalie Portman), ho ancora il coraggio di comprare dei dischi.
Non fate quella faccia.
Meno che anni fa, vi giuro che sto cercando di smettere, però qualcuno ogni tanto mi scappa e non ci posso fare niente.

Si! Lo compro!
Avete capito bene, certo.
Spendo dei soldi, i miei soldi, per acquistare della musica.
In questo caso ho comprato il disco nuovo dei Liars, la versione doppia, con il cd di remix e reinterpretazioni firmato da amici vari del gruppo Americano.
Brevemente.
I Liars sono il classico gruppo di cui compro il disco, lo ascolto un po’ di volte, mi affeziono ad alcune tracce e ne salto a piedi pari altre.
Sarà perché mi ricordano tanto (il cantante in particolare) il classico compagno di scuola delle superiori che veniva dal paesello sperduto. Ma si, avete presente quello con la barba incolta a 16 anni, quello che non parlava mai ma sudava molto. Quello che sembrava non avere neanche la televisione ma poi per qualche motivo non bene identificato sapeva costruire una bomba con sostanze innocue. Insomma, il classico pericolosissimo disadattato che un giorno si sveglia da un sonno lungo anni e si rivela un genio.
Ecco, loro sono così.
Geniali ma stravaganti, anche troppo a volte.
Il classico gruppo che al giorno d’oggi suona come un pesce fuor d'acqua. Perché oggi, beati noi, abbiamo la libreria di iTunes piena, ma talmente piena, che a fatica riusciamo a sentire due volte di fila lo stesso lp. E cerchiamo di tenerci lontani da dischi ostici e che necessitano attenzione come questo. Finendo poi, logicamente, per preferire gruppi che ti acchiappano al primo ascolto ma che ad un anno di distanza fai fatica anche ad avvicinare al lettore stereo (Franz Ferdinand? Vampire Weekend?).
Un segno dei tempi, forse.
Rimpiango però il tempo in cui si comprava un disco dalla copertina, o per una recensione, così a
sentimento. Rimpiango quei pacchi clamorosi, quei gruppi sconosciuti (elogiati dal capoccione di turno) che sfornavano canzoni inascoltabili e che alla fine dell'ascolto ti domandavi: sono io che non capisco o questi sono dei cani morti?
Magari comprati dopo un paio di settimane di creste clamorose sulla spesa o con la sudatissima elemosina dei poveri nonni.
Beh, questo non è il caso, in Sisterworld troviamo una canzone perfetta come Scissor (mi allargo? I doors nel 2010?), una No barrier fun che sembra la versione meno fighetta dell'ultimo Beck, le atmosfere di Drip, il basso dub della bellissima Proud evolution e la marziale Goodnight everything.
Oltre al già citato cd di remix, con Pink dollaz, Tunde dei Tv on the radio e l’immancabile Tommasino dei Radiohead, una spanna sopra gli altri, che nel complesso confezionano un interessante esperimento.
E adesso.

Visto che il tempo e lo spazio stanno terminando, la smetto di fare il vecchio noioso & borioso, e per finire con una frase ad effetto (che fa tanto giovane) vi devo dire che anche Beach house e Local Natives anche se non li ho comprati sono davvero ma davvero fichi!