About a record (5)
{di Alessandro
Milanese}

Cominciamo chiarendo una
cosa: il disco dei Liars è un pretesto, e questa non
è una recensione.
Bene.
Questo è un pezzo che
parla di un vizio, che negli anni è diventato sempre
più grave, non perché si sia aggravato, ma perché
siam rimasti in pochi ormai, a macchiarci di
quest'onta, questa vergogna.
Confesso.
Oltre
ad avere una malsana passione per la squadra della
mia città, per i prodotti Ferrero (Fiesta su tutti),
per le fiction (o volgarmente telefilm, anche quelli
pseudo adolescenziali, alla mia età?) e per le more
minute (alla Natalie Portman), ho ancora il
coraggio
di comprare
dei dischi.
Non fate quella faccia.
Meno che anni fa, vi giuro che sto cercando di
smettere, però qualcuno ogni tanto mi scappa e non ci
posso fare niente.
Si! Lo
compro!
Avete capito bene,
certo.
Spendo dei soldi, i miei
soldi, per acquistare della
musica.
In
questo caso ho comprato il disco nuovo dei Liars, la
versione doppia, con il cd di remix e
reinterpretazioni firmato da amici vari del gruppo
Americano.
Brevemente.
I
Liars sono il classico gruppo di cui compro il disco,
lo ascolto un po’ di volte, mi affeziono ad alcune
tracce e ne salto a piedi pari
altre.
Sarà perché mi ricordano
tanto (il cantante in particolare) il classico
compagno di scuola delle superiori che veniva dal
paesello sperduto. Ma si, avete presente quello con
la barba incolta a 16 anni, quello che non parlava
mai ma sudava molto. Quello che sembrava non avere
neanche la televisione ma poi per qualche motivo non
bene identificato sapeva costruire una bomba con
sostanze innocue. Insomma, il classico
pericolosissimo disadattato che un giorno si sveglia
da un sonno lungo anni e si rivela un
genio.
Ecco, loro sono
così.
Geniali ma stravaganti,
anche troppo a volte.
Il classico gruppo che al
giorno d’oggi suona come un pesce fuor d'acqua.
Perché oggi, beati noi, abbiamo la libreria di iTunes
piena, ma talmente piena, che a fatica riusciamo a
sentire due volte di fila lo stesso lp. E cerchiamo
di tenerci lontani da dischi ostici e che necessitano
attenzione come questo. Finendo poi, logicamente, per
preferire gruppi che ti acchiappano al primo ascolto
ma che ad un anno di distanza fai fatica anche ad
avvicinare al lettore stereo (Franz Ferdinand?
Vampire Weekend?).
Un segno dei tempi,
forse.
Rimpiango però il tempo in cui si comprava un disco
dalla copertina, o per una recensione, così a
sentimento.
Rimpiango
quei pacchi
clamorosi,
quei gruppi sconosciuti (elogiati dal capoccione di
turno) che sfornavano canzoni inascoltabili e che
alla fine dell'ascolto ti domandavi: sono io che non
capisco o questi sono dei cani
morti?
Magari comprati dopo un
paio di settimane di creste
clamorose
sulla spesa o con la sudatissima elemosina dei poveri
nonni.
Beh, questo non è il
caso, in Sisterworld troviamo una canzone perfetta
come Scissor
(mi allargo?
I doors nel 2010?),
una
No
barrier fun che sembra la versione
meno fighetta dell'ultimo Beck, le atmosfere
di Drip,
il basso dub
della bellissima Proud
evolution e la marziale
Goodnight
everything.
Oltre al già citato cd di
remix, con Pink dollaz, Tunde dei Tv on the radio e
l’immancabile Tommasino dei Radiohead, una spanna
sopra gli altri, che nel complesso confezionano un
interessante esperimento.
E adesso.
Visto che il tempo e lo
spazio stanno terminando, la smetto di fare il
vecchio noioso & borioso, e per finire con una
frase ad effetto (che fa tanto giovane) vi devo dire
che anche Beach house e Local Natives anche se non li
ho comprati sono davvero ma davvero fichi!



