About a record (3)

Fine Before You Came, Sfortuna
{di Alessandro Milanese}

Allora, per una volta, una volta sola, facciamo qualcosa di pratico, di funzionale.
OK.
Ecco
il link, il collegamento. Adesso mentre state leggendo questo pezzo scaricate gratuitamente, dal loro sito, il disco nuovo dei F.B.Y.C.
Bene, è partito?
Ottimo (mi dovete un favore), a questo punto parto anch’io.

Ipotizzo.
Metà anni ‘90, l’hard core prende una forma differente dal passato, una svolta melodica, che nel tempo diventerà
emozionale.
Così, alla classica rabbia si abbina la melodia, o un cantato derivato da padri fin allora insospettabili (Smiths??). Gruppi come Sensefield o Quicksand, giusto per fare due esempi, ognuno a loro modo, danno una grossa mano al cambiamento, spingendo il genere e quella generazione di fan verso ascolti nuovi.
Poco dopo, mostri sacri del calibro di Neurosis e Snapcase introducono parti quasi atmosferiche tra una sferzata e l’altra.
Tutto questo nello stesso momento in cui, in Inghilterra, spopola un manipolo di scozzesi (Mogwai) dal fare buffo ma dalla miscela assoluta: rumore alla Sonic Youth, gusto emozionale e del non felice stile Cure 78-82, cavalcate showgaezer che mancavano dagli inizi ‘90 (My bloody valentine, Jesus & The Mary Chain); il tutto
mixato nella formula ultravincente dell’alto/basso, calma/tempesta.
Si gira millennio, e i buoni e cattivi si cambian di posto, il ragazzo con le Vans che sanguinava e si spaccava la schiena nelle prime file per i Sick Of It All, ora, porta una Fred Perry e sembra il figlio che Morrissey (ovviamente) non ha mai avuto. Il nerd di dieci anni fa, che restava ore in camera sua masturbandosi sulle note di
Creep dei testadiradio, oggi si devasta le orecchie con i Fuck Buttons a stecca in cuffia, o si inventa metallaro di ritorno con i Converge a volume da festa della birra.

Sempre ipotizzando, mettiamo che ci siano dei ragazzi ormai oltre la trentina che in questi 15 anni hanno subito tali bombardamenti. Magari stanziali in quel posto malefico che è la piana Padana. Un posto dove, a volte, se metti la testa fuori di casa fai fatica a scorgere il cancello, sommerso da un mare grigio chiaro che fa lacrimare anche gli occhi. Un posto, dove, a volte, se sei fortunato ti butti su uno strumento o su un disco, su una passione o su una squadra di calcio. E, se sei sfortunato, o sbagli per un attimo la combriccola, finisci con una dipendenza sulle spalle, in pochi secondi, così, senza neanche il tempo di accorgersene.
Tutto questo, presumo possa essere il motivo per cui continuo a sentire il disco dei F.B.Y.C.
Parte un giro lancinante di chitarra e un intro (che intro non è) che mi ricorda la prima volta che per mia fortuna ho buttato un orecchio al primo Giardini di mirò. La tensione sale, magistralmente, e, al minuto 1 e 30 secondi, arriva la pelle d’oca, un cambio semplicissimo ma irresistibile, bellezza inaudita che precede il cantato di pochi secondi. Cantato perfetto, urla lontane che si intrecciano con la diligente e squadrata cadenza della musica.
Poi arriva il buio, in ogni senso, una canzone che sembrerebbe una versione post hard core dei Diaframma di Siberia (... solo una piccola parte di me risponde all’appello, ma tu non la senti... Esattamente quello che ci si sarebbe aspettato al Tenax fine anni ‘80).
A completare un trittico iniziale, matematicamente esatto, ecco
Fede. Un racconto breve al posto di un testo che andrebbe citato per intero, come si faceva ai tempi con i Massimo Volume, per un pezzo dalla struttura semplice che lascia spazio a frasi come: «Ho regalato il tuo vecchio spazzolino ad un povero senza una mano, mi ha chiesto “capo è sicuro”, gli ho detto “io non la amo”».
E così, dopo appena una decina di minuti, si finisce col muovere la testa senza sosta urlando a squarciagola: «Io non mi son mai vestito da adulto... o... da quando tutti hanno smesso di chiedermi di te».
Ma si, amen, fanculo i completi, i colletti bianchi e le cravatte; il nostro povero cuore ha bisogno di dischi del genere e di pantaloncini corti.