About a record (2)
08/12/09 00:03 Archiviato in:about a
record
Julian Plenti,
Julian Plenti... Is
Skyscraper
{di Alessandro Milanese}
Partiamo subito chiarendo alcuni punti fondamentali.
- Gli Interpol sono un gruppo trendy e probabilmente sopravvalutato.
- Sono assolutamente derivativi, sezione ritmica e voce direttamente da Ian Curtis e i suoi Joy Division,.
- Dal vivo sono decisamente scialbi e spesso sottotono.
- Paul Banks, voce, chitarra ritmica e mente del gruppo, non è quel che si dice un cantante, anzi.
Dopo aver precisato questo, faccio outing e ammetto, solennemente.
Io, li, adoro.
I richiami a dischi del passato che ho amato, il tono basso della voce, una certa solennità, l’attitudine, e (dio mi perdoni) anche il look.
Capisco l’errore, vedo le cose che non vanno, ma mi tappo il naso e vado avanti per la mia strada.
Non riesco a staccarmi da nessuno dei loro dischi, anche, e questa è cosa ancor peggiore, dal ultimo our love to admire, decisamente il più mediocre dei tre.
Però maledizione, lo metti su e boom arriva il ritornello di No I In Threesome, buttato lì come secondo pezzo, e a quel punto prendi le riviste snob, i pareri saccenti, i blog che parlano solo di gruppi mai sentiti prima e li mandi tutti tranquillamente a fare in culo.
Ti si apre il cuore in quattro come un melograno, e tutto quello che ti circonda diventa romantico, un semplice caffelatte coi biscotti si trasforma in una cena hollywoodiana e avresti voglia di innamorarti anche della tua vicina del ‘34.
Bastardi!
E Il capo dei bastardi (che è, appunto, Paul Banks, ma quando lavora per conto suo usa lo pseudonimo di Julian Plenti) ha avuto la bella idea di giocarmi uno dei suoi brutti tiri, pubblicando a fine estate un disco solista. Il disco raccoglie canzoni che Paul aveva in serbo da tempo e altre scritte apposta per l'esordio da solo.
E qui, a sorpresa, succede una cosa strana, ma estremamente piacevole.
Il disco è quasi spaccato in due, con pezzi classicamente alla Interpol (Fun That We Have, Games For Days, Unwind), buoni, ma che non dicono niente di più di quel che sapevamo, e altri diversi nel senso ottimo del termine.
La cavalcata acustica che cresce con loop, campioni e arrangiamenti della bellissima Skyscraper (un testo di tre parole sole, la perfezione).
La toccante Madrid song, il suo piano e le sue voci lontane.
La dolce ninna nanna sbagliata (nel senso che dopo averla sentita si fatica a prender sonno) di No chance survival, con quel coro letalmente rallentato ed il finale simil jazzistico con contrabbasso in evidenza.
Il procedere da rock classico di Girl On The Sporting News (premio come migliore titolo di canzone dell'anno, ma d'altra parte uno che aveva dedicato un pezzo ad una tuffatrice depressa sa come giocarsi le sue carte) che quasi lo trasporta sul percorso di una band meravigliosa come i National.
Finendo con On The Esplanade che sta ai nostalgici come una torta al cioccolato ai diabetici, un pathos fin quasi esagerato.
Il disco (breve, altra grandissima trovata) lascia quel perfetto gusto di incompiuto che ti fa schiacciare ancora e ancora e ancora il tasto play.
Gettando le basi per un quarto disco degli Interpol diverso dai precedenti, più vario, magari eccessivo ma emotivamente carico.
E nel mentre, aspettandolo, cercherò di star lontano dal concerto del 12 dicembre a Milano, dove ci sono buone probabilità che dal vivo, il nostro Paul in solitaria, rovini queste preziose canzoni.
{di Alessandro Milanese}
Partiamo subito chiarendo alcuni punti fondamentali.
- Gli Interpol sono un gruppo trendy e probabilmente sopravvalutato.
- Sono assolutamente derivativi, sezione ritmica e voce direttamente da Ian Curtis e i suoi Joy Division,.
- Dal vivo sono decisamente scialbi e spesso sottotono.
- Paul Banks, voce, chitarra ritmica e mente del gruppo, non è quel che si dice un cantante, anzi.
Dopo aver precisato questo, faccio outing e ammetto, solennemente.
Io, li, adoro.
I richiami a dischi del passato che ho amato, il tono basso della voce, una certa solennità, l’attitudine, e (dio mi perdoni) anche il look.
Capisco l’errore, vedo le cose che non vanno, ma mi tappo il naso e vado avanti per la mia strada.
Non riesco a staccarmi da nessuno dei loro dischi, anche, e questa è cosa ancor peggiore, dal ultimo our love to admire, decisamente il più mediocre dei tre.
Però maledizione, lo metti su e boom arriva il ritornello di No I In Threesome, buttato lì come secondo pezzo, e a quel punto prendi le riviste snob, i pareri saccenti, i blog che parlano solo di gruppi mai sentiti prima e li mandi tutti tranquillamente a fare in culo.
Ti si apre il cuore in quattro come un melograno, e tutto quello che ti circonda diventa romantico, un semplice caffelatte coi biscotti si trasforma in una cena hollywoodiana e avresti voglia di innamorarti anche della tua vicina del ‘34.
Bastardi!
E Il capo dei bastardi (che è, appunto, Paul Banks, ma quando lavora per conto suo usa lo pseudonimo di Julian Plenti) ha avuto la bella idea di giocarmi uno dei suoi brutti tiri, pubblicando a fine estate un disco solista. Il disco raccoglie canzoni che Paul aveva in serbo da tempo e altre scritte apposta per l'esordio da solo.
E qui, a sorpresa, succede una cosa strana, ma estremamente piacevole.
Il disco è quasi spaccato in due, con pezzi classicamente alla Interpol (Fun That We Have, Games For Days, Unwind), buoni, ma che non dicono niente di più di quel che sapevamo, e altri diversi nel senso ottimo del termine.
La cavalcata acustica che cresce con loop, campioni e arrangiamenti della bellissima Skyscraper (un testo di tre parole sole, la perfezione).
La toccante Madrid song, il suo piano e le sue voci lontane.
La dolce ninna nanna sbagliata (nel senso che dopo averla sentita si fatica a prender sonno) di No chance survival, con quel coro letalmente rallentato ed il finale simil jazzistico con contrabbasso in evidenza.
Il procedere da rock classico di Girl On The Sporting News (premio come migliore titolo di canzone dell'anno, ma d'altra parte uno che aveva dedicato un pezzo ad una tuffatrice depressa sa come giocarsi le sue carte) che quasi lo trasporta sul percorso di una band meravigliosa come i National.
Finendo con On The Esplanade che sta ai nostalgici come una torta al cioccolato ai diabetici, un pathos fin quasi esagerato.
Il disco (breve, altra grandissima trovata) lascia quel perfetto gusto di incompiuto che ti fa schiacciare ancora e ancora e ancora il tasto play.
Gettando le basi per un quarto disco degli Interpol diverso dai precedenti, più vario, magari eccessivo ma emotivamente carico.
E nel mentre, aspettandolo, cercherò di star lontano dal concerto del 12 dicembre a Milano, dove ci sono buone probabilità che dal vivo, il nostro Paul in solitaria, rovini queste preziose canzoni.



