Abbuffata per la libertà
14/05/10 00:55 Archiviato in:racconto
{di Luca
Gallo}
Torino parecchio tempo fa
La città è sfinita dall’interminabile lotta che vede contrapposte le fazioni del ricco conte De Tripa, padrone assoluto della zona collinare e Barbaboia, signore della città bassa.
Pressato dalle lamentele del popolo e criticato dalle potenze vicine per la sua incapacità di porre fine alle violenze in città, il re decide di risolvere la situazione nel modo che più ama, l’uso della forza.
Soldati che corrono, armi che sparano, coltelli che feriscono, mogli che piangono per una finale a sorpresa. Il reale impegno si rivela un fallimento, nonostante l’amorevole applicarsi. Un’inattesa unione, temporanea quanto imbattibile, riporta il re nel posto che gli compete, l’interno del suo palazzo, fuori da Torino e dai suoi affari. L’unione dei due storici nemici contro il coronato rivale comune è di breve durata. La lotta tra De Tripa e Barbaboia riprende più cruenta che mai, ma qualcuno è stufo.
Il popolo è più forte del re, il popolo è più numeroso delle bande del conte e di Barbaboia, il popolo si rende sovrano e decide. Siccome il popolo ha fame, la decisione elude il sangue e propone l’appetito. Uno scontro all’ultimo respiro, dove nessuna arma verrà lucidata se non la forchetta. Per la prima e ultima volta, la città di Torino assisterà ad un epico scontro tra mangiatori. Da un lato il campione della città alta, dall’altra quello della città bassa, stesse delizie e stesse porzioni. Gli olfatti si sviluppano aprendosi a nuovi profumi, l’acquolina rende le bocche umide e avide, un'intera città cucina mentre i due rivali preparano i campioni senza fondo.
Semplici regole per la disfida culinaria, l’ultimo ad alzare la testa dal piatto, rigorosamente vuoto, sancisce la vittoria della sua fazione e dunque l’esilio dell’avversaria. L’idea popolare e sovrana è troppo attraente per accontentarsi di una liberazione parziale. I campioni di De Tripa e di Barbaboia non consumeranno il lauto pasto da soli, due nuovi avventori si vanno ad aggiungere alla disfida della tavola, un campione per il re e uno per il popolo. Mentre gli altri contendenti faticano a scegliere i loro campioni, il popolo non ha dubbi.
Nello stretto vicolo della Consolata, nel quartiere di Porta Palazzo vive una leggenda senza nome.
Un ragazzo dal volto sorridente, coperto da un lungo berretto rosso, che nel quartiere chiamano semplicemente Fam, per via della sua peculiarità che lo rende un potenziale campione, la fame nera.
In caso di vittoria del popolo, fuori tutti in un pasto solo, De Tripa, Barbaboia e il re. Nello sventurato caso opposto, il vincitore, qualunque dei tre, avrebbe distrutto i quartieri popolari, ritenuti incontrollabili e impraticabili. Sede della sfida, la centrale Piazza S. Carlo, cinque tavoli di legno scuro nel centro, accoglieranno i mangiatori. La città è un ristorante in movimento, trenta cucine accendono i fuochi, elargendo gratuiti aromi. È il momento della grande abbuffata per la libertà o per la rovina, Torino ribolle insieme all’acqua contenuta nelle tante pentole, uomini e cibi riempiono spazi.
Polenta e toma incrocia zucchine ripiene, acciughe al verde arrivando da sinistra, danno precedenza al coniglio al sivet, lasagnette tartufate salgono mentre fritti misti scendono. Previdenti portatori di vino, appoggiano freschi otri traboccanti, ai margini della piazza.
Arneis del Roero, Cortese, Erbaluce e Favorita delle Langhe per chi lotta aiutandosi coi bianchi, Barbera, Dolcetto, Barolo e Nebbiolo per chi predilige i rossi.
Nell’ora dorata del tramonto che precede la sfida, squillano le trombe dei contendenti, quattro campioni per un pasto epico, tanto per le portate che per le conseguenze.
Il grasso Domenico detto Crin per la famelica voracità gareggia per Barbaboia, Carmine da Scilla, campione del sud, gareggia per il conte, Pagano della Torre, cavaliere mangiatore per diletto, è alle dipendenze del re, il giovane Fam per il popolo e per la sua pancia arida.
Crin guarda con odio Pagano, Pagano guarda con odio Carmine, Carmine guarda con odio Fam, Fam guarda con incredulità la legione di vassoi che si avvicina, annusando a pieni polmoni i profumi, immagina portate e allena le mandibole mordendo l’aria densa.
Un colpo di colubrina su affusto spegne il vociare e accende la battaglia all’ultima forchettata.
I tavoli si riempiono di acciughe al verde, Panissa, insalata di carne cruda, sedani in salsa di barolo, frittata con l'erba di San Pietro, Friceuj, cardi al formaggio, zucchine ripiene, vitello tonnato e cappone in Galantina.. Per ogni concorrente un metodo, dalla foga del Crin, che fa di mani forchetta, alla classe di Pagano, che si pulisce la bocca dopo ogni boccone. Tra l'incredulità generale, le tavole si svuotano, decretando la fine dei primi. L'inizio d'abbuffata vede tutti i concorrenti ancora in gara, affamati e bramosi.
Lo scontro deigli antipasti evidenzia la rapidità di Carmine, la voracità del Crin e la sicurezza di Pagano, mentre Fam, svuotando i piatti per ultimo, desta preoccupazione nei suoi sostenitori.
Arrivano i primi adagiati su comodi letti smaltati.
Lasagnette tartufate, gnocchi alla fila, agnolotti al sugo d’arrosto, minestrone, riso al latte e castagne, tajarin al burro, Rabatòn bianchi e fescheirol.
Pochi minuti per consentire la sfilata più attesa e si torna a mangiare. Arrivano i più desiderati, i secondi. Ed è ovazione.
Coniglio al sivet, pollo alla salvia, piccioni alla delfina, Fricassà mista, rognoni e carote, trippa al sugo, bollito, Finanziera e tinche in carpione.
Nel momento di maggior godimento per il suo appetito, Crin fissa con sospetto l’ultimo boccone di rognone e cade a terra esausto, De Tripa e il suo seguito sono sconfitti. Ancora una volta Fam chiude la fila. All’arrivo delle polente, Pagano della Torre, prode nelle disfide d’armi, fugge, al solo profumo, terrorizzato dall’idea di continuare la lotta. Il re è esiliato dalla polenta. Polenta concia, al gorgonzola, alla salsiccia, rossa, tartufata, al latte, con crema di castelmagno. Carmine e Fam terminano le sei polente senza sforzo e tra un Dolcetto e un Barolo richiedono nuovi alimenti. Arrivano le galuparie: bagna càuda, fondùa e somad’aj , ma gli stomaci dei due campioni superstiti continuano a ruggire dalla fame.
Carmine mantiene costante la velocità, Fam è lemme ma efficace. I cuochi, ormai spossati, mettono in campo le armi pesanti, i dolci, certi di un’imminente conclusione.
Bonèt, Busìe, nocciole zuccherate delle Langhe, pesche ripiene, Zabaglione, torta di mele, dolce di ricotta, pane di meliga, non concludono la sfida. Carmine e Fam degustano un calice di Brachetto, ne apprezzano l’aroma delicato e vagamente muschiato, si scambiano pareri sul pranzo e attendono. Siccome in una battaglia per la libertà non sono concessi pareggi, si continua con i dolci ad oltranza. Avanti i Pilot, i torcetti, torta Gianduia, mousse di castagne, i baci di dama, i crumiri con la panna, le pere al vino. Conservando uno sguardo fiero e sicuro, Carmine crolla inaspettatamente sulla mousse. Barbaboia fugge mentre il popolo applaude il suo liberatore.
Fam, il ragazzo dal cappello rosso, non pare udire le ovazioni. Termina i suoi dolci, si alza, raggiunge il tavolo dell’avversario e lo svuota. Assaggiando dell’ottimo Caluso passito, vino da meditazione, dolce e delicato, rivolge ai devastati cuochi un sorriso grande come la fame, e chiede, educatamente, di ricominciare dall’inizio.
Un piccolo premio per un liberatore.
Torino parecchio tempo fa
La città è sfinita dall’interminabile lotta che vede contrapposte le fazioni del ricco conte De Tripa, padrone assoluto della zona collinare e Barbaboia, signore della città bassa.
Pressato dalle lamentele del popolo e criticato dalle potenze vicine per la sua incapacità di porre fine alle violenze in città, il re decide di risolvere la situazione nel modo che più ama, l’uso della forza.
Soldati che corrono, armi che sparano, coltelli che feriscono, mogli che piangono per una finale a sorpresa. Il reale impegno si rivela un fallimento, nonostante l’amorevole applicarsi. Un’inattesa unione, temporanea quanto imbattibile, riporta il re nel posto che gli compete, l’interno del suo palazzo, fuori da Torino e dai suoi affari. L’unione dei due storici nemici contro il coronato rivale comune è di breve durata. La lotta tra De Tripa e Barbaboia riprende più cruenta che mai, ma qualcuno è stufo.
Il popolo è più forte del re, il popolo è più numeroso delle bande del conte e di Barbaboia, il popolo si rende sovrano e decide. Siccome il popolo ha fame, la decisione elude il sangue e propone l’appetito. Uno scontro all’ultimo respiro, dove nessuna arma verrà lucidata se non la forchetta. Per la prima e ultima volta, la città di Torino assisterà ad un epico scontro tra mangiatori. Da un lato il campione della città alta, dall’altra quello della città bassa, stesse delizie e stesse porzioni. Gli olfatti si sviluppano aprendosi a nuovi profumi, l’acquolina rende le bocche umide e avide, un'intera città cucina mentre i due rivali preparano i campioni senza fondo.
Semplici regole per la disfida culinaria, l’ultimo ad alzare la testa dal piatto, rigorosamente vuoto, sancisce la vittoria della sua fazione e dunque l’esilio dell’avversaria. L’idea popolare e sovrana è troppo attraente per accontentarsi di una liberazione parziale. I campioni di De Tripa e di Barbaboia non consumeranno il lauto pasto da soli, due nuovi avventori si vanno ad aggiungere alla disfida della tavola, un campione per il re e uno per il popolo. Mentre gli altri contendenti faticano a scegliere i loro campioni, il popolo non ha dubbi.
Nello stretto vicolo della Consolata, nel quartiere di Porta Palazzo vive una leggenda senza nome.
Un ragazzo dal volto sorridente, coperto da un lungo berretto rosso, che nel quartiere chiamano semplicemente Fam, per via della sua peculiarità che lo rende un potenziale campione, la fame nera.
In caso di vittoria del popolo, fuori tutti in un pasto solo, De Tripa, Barbaboia e il re. Nello sventurato caso opposto, il vincitore, qualunque dei tre, avrebbe distrutto i quartieri popolari, ritenuti incontrollabili e impraticabili. Sede della sfida, la centrale Piazza S. Carlo, cinque tavoli di legno scuro nel centro, accoglieranno i mangiatori. La città è un ristorante in movimento, trenta cucine accendono i fuochi, elargendo gratuiti aromi. È il momento della grande abbuffata per la libertà o per la rovina, Torino ribolle insieme all’acqua contenuta nelle tante pentole, uomini e cibi riempiono spazi.
Polenta e toma incrocia zucchine ripiene, acciughe al verde arrivando da sinistra, danno precedenza al coniglio al sivet, lasagnette tartufate salgono mentre fritti misti scendono. Previdenti portatori di vino, appoggiano freschi otri traboccanti, ai margini della piazza.
Arneis del Roero, Cortese, Erbaluce e Favorita delle Langhe per chi lotta aiutandosi coi bianchi, Barbera, Dolcetto, Barolo e Nebbiolo per chi predilige i rossi.
Nell’ora dorata del tramonto che precede la sfida, squillano le trombe dei contendenti, quattro campioni per un pasto epico, tanto per le portate che per le conseguenze.
Il grasso Domenico detto Crin per la famelica voracità gareggia per Barbaboia, Carmine da Scilla, campione del sud, gareggia per il conte, Pagano della Torre, cavaliere mangiatore per diletto, è alle dipendenze del re, il giovane Fam per il popolo e per la sua pancia arida.
Crin guarda con odio Pagano, Pagano guarda con odio Carmine, Carmine guarda con odio Fam, Fam guarda con incredulità la legione di vassoi che si avvicina, annusando a pieni polmoni i profumi, immagina portate e allena le mandibole mordendo l’aria densa.
Un colpo di colubrina su affusto spegne il vociare e accende la battaglia all’ultima forchettata.
I tavoli si riempiono di acciughe al verde, Panissa, insalata di carne cruda, sedani in salsa di barolo, frittata con l'erba di San Pietro, Friceuj, cardi al formaggio, zucchine ripiene, vitello tonnato e cappone in Galantina.. Per ogni concorrente un metodo, dalla foga del Crin, che fa di mani forchetta, alla classe di Pagano, che si pulisce la bocca dopo ogni boccone. Tra l'incredulità generale, le tavole si svuotano, decretando la fine dei primi. L'inizio d'abbuffata vede tutti i concorrenti ancora in gara, affamati e bramosi.
Lo scontro deigli antipasti evidenzia la rapidità di Carmine, la voracità del Crin e la sicurezza di Pagano, mentre Fam, svuotando i piatti per ultimo, desta preoccupazione nei suoi sostenitori.
Arrivano i primi adagiati su comodi letti smaltati.
Lasagnette tartufate, gnocchi alla fila, agnolotti al sugo d’arrosto, minestrone, riso al latte e castagne, tajarin al burro, Rabatòn bianchi e fescheirol.
Pochi minuti per consentire la sfilata più attesa e si torna a mangiare. Arrivano i più desiderati, i secondi. Ed è ovazione.
Coniglio al sivet, pollo alla salvia, piccioni alla delfina, Fricassà mista, rognoni e carote, trippa al sugo, bollito, Finanziera e tinche in carpione.
Nel momento di maggior godimento per il suo appetito, Crin fissa con sospetto l’ultimo boccone di rognone e cade a terra esausto, De Tripa e il suo seguito sono sconfitti. Ancora una volta Fam chiude la fila. All’arrivo delle polente, Pagano della Torre, prode nelle disfide d’armi, fugge, al solo profumo, terrorizzato dall’idea di continuare la lotta. Il re è esiliato dalla polenta. Polenta concia, al gorgonzola, alla salsiccia, rossa, tartufata, al latte, con crema di castelmagno. Carmine e Fam terminano le sei polente senza sforzo e tra un Dolcetto e un Barolo richiedono nuovi alimenti. Arrivano le galuparie: bagna càuda, fondùa e somad’aj , ma gli stomaci dei due campioni superstiti continuano a ruggire dalla fame.
Carmine mantiene costante la velocità, Fam è lemme ma efficace. I cuochi, ormai spossati, mettono in campo le armi pesanti, i dolci, certi di un’imminente conclusione.
Bonèt, Busìe, nocciole zuccherate delle Langhe, pesche ripiene, Zabaglione, torta di mele, dolce di ricotta, pane di meliga, non concludono la sfida. Carmine e Fam degustano un calice di Brachetto, ne apprezzano l’aroma delicato e vagamente muschiato, si scambiano pareri sul pranzo e attendono. Siccome in una battaglia per la libertà non sono concessi pareggi, si continua con i dolci ad oltranza. Avanti i Pilot, i torcetti, torta Gianduia, mousse di castagne, i baci di dama, i crumiri con la panna, le pere al vino. Conservando uno sguardo fiero e sicuro, Carmine crolla inaspettatamente sulla mousse. Barbaboia fugge mentre il popolo applaude il suo liberatore.
Fam, il ragazzo dal cappello rosso, non pare udire le ovazioni. Termina i suoi dolci, si alza, raggiunge il tavolo dell’avversario e lo svuota. Assaggiando dell’ottimo Caluso passito, vino da meditazione, dolce e delicato, rivolge ai devastati cuochi un sorriso grande come la fame, e chiede, educatamente, di ricominciare dall’inizio.
Un piccolo premio per un liberatore.



