A casa
17/07/09 00:36 Archiviato in:articolo
{di Michele
Filippo Fontefrancesco}
Domenica. Dopo mesi a zonzo per l’Europa eccomi tornato a casa: barba non tagliata, maglietta e pantaloncini. Ore 11.00, esco di casa per far quattro passi per il paese a vedere cosa è cambiato e cosa no.
Dopo mesi le vie son sempre le stesse - al più l’asfalto è sempre più simile ad una forma di emmental: case dalle facciate in intonaco bigio con le imposte chiuse; ogni tanto c’è una finestra aperta, a raccontare che la vita continua e che questo borgo monferrino è rimasto vitale anche dopo l’emigrazione di massa di metà Novecento.
Passo dopo passo, si scende verso valle. Si arriva in piazza, dove come ogni domenica, l’intera popolazione locale si raduna dopo la messa: un sorprendente brulicare di centinaia di persone, in giacca e camicia bianca che se ne stanno lì, chi seduto su una sedia del bar, chi ad una panchina, o chi, arrivato troppo tardi, in piedi, a raccontarsi le ultime novità ed aneddoti di fatti capitati trentanni prima.
Attraverso la piazza non passando inosservato. In tanti si avvicinano, mi salutano. «Finalmente in Italia?» «Come si sta all’estero?» «Come è l’Inghilterra?» «Come si mangia là?» «Che fai?»... centinaia di domande e di mane di stringere: ogni volta cercando di raccontare la stessa storia, in modo da non scontentar nessuno, in quanto massima offesa sarebbe tacere o dir troppo poco del tuo viaggio e della tua avventura tra Ciclopi e Feaci.
Se si è cresciuti in un paese di mille anime, il ritorno è questo: ritornare in piazza e, tra un sorriso ed una battuta, far della tua piccola avventura un tassello dell’esperienza di tutti, sapendo che in fondo la propria vita ha più senso così, all’interno del quadro collettivo della vita del paese, che vissuta da sola all’interno della più sfarzosa delle ville.
Domenica. Dopo mesi a zonzo per l’Europa eccomi tornato a casa: barba non tagliata, maglietta e pantaloncini. Ore 11.00, esco di casa per far quattro passi per il paese a vedere cosa è cambiato e cosa no.
Dopo mesi le vie son sempre le stesse - al più l’asfalto è sempre più simile ad una forma di emmental: case dalle facciate in intonaco bigio con le imposte chiuse; ogni tanto c’è una finestra aperta, a raccontare che la vita continua e che questo borgo monferrino è rimasto vitale anche dopo l’emigrazione di massa di metà Novecento.
Passo dopo passo, si scende verso valle. Si arriva in piazza, dove come ogni domenica, l’intera popolazione locale si raduna dopo la messa: un sorprendente brulicare di centinaia di persone, in giacca e camicia bianca che se ne stanno lì, chi seduto su una sedia del bar, chi ad una panchina, o chi, arrivato troppo tardi, in piedi, a raccontarsi le ultime novità ed aneddoti di fatti capitati trentanni prima.
Attraverso la piazza non passando inosservato. In tanti si avvicinano, mi salutano. «Finalmente in Italia?» «Come si sta all’estero?» «Come è l’Inghilterra?» «Come si mangia là?» «Che fai?»... centinaia di domande e di mane di stringere: ogni volta cercando di raccontare la stessa storia, in modo da non scontentar nessuno, in quanto massima offesa sarebbe tacere o dir troppo poco del tuo viaggio e della tua avventura tra Ciclopi e Feaci.
Se si è cresciuti in un paese di mille anime, il ritorno è questo: ritornare in piazza e, tra un sorriso ed una battuta, far della tua piccola avventura un tassello dell’esperienza di tutti, sapendo che in fondo la propria vita ha più senso così, all’interno del quadro collettivo della vita del paese, che vissuta da sola all’interno della più sfarzosa delle ville.



