10 punti

{di Alberto Rudellat}


Un giorno mio padre
per insegnarmi la lealtà
mi ha dato un calcio in faccia

P. Mureddu

3 punti

Avrò avuto sei anni. Forse cinque. Ero un bel bambino, a detta di alcuni. Io non mi ricordo. So che quel giorno ero nel soggiorno di mia zia, al piano di sopra, con i miei cugini più grandi.
Eravamo quasi sempre insieme in quel periodo io, Luca e Roberta. Avevano quattro o cinque anni più di me e non è che capissi proprio tutto quello che si dicevano, però capivo abbastanza per ridere e mi divertivo con loro.
Mia zia era il nostro angelo custode e riusciva a coinvolgerci sempre in qualche nuovo gioco, ma quel giorno doveva essere troppo stanca per farlo.
Ce ne stavamo in soggiorno senza fare niente. Non so perché non fossimo giù in cortile a giocare a pallone, forse pioveva. Stavamo lì, a guardarci, tra i mobili antichi di noce, scuri, severi, che stavano lì da molto prima di noi, immobili.

Ci guardavamo in faccia sbuffando. Aspettavamo. Magari che dal cielo scendesse un’idea geniale e si posasse sopra le nostre teste, come lo spirito santo.
In realtà io non vidi niente venire giù dal cielo, ma qualcosa doveva essere successo perché, a un tratto, Luca si alzò in piedi proclamando:
«Va bene, basta, giochiamo allo schiaffo del soldato».
«Io ci sto!» mi accodai all’istante.
Ovviamente non avevo la minima idea di che cosa fosse, ma aveva un nome che mi piaceva. Lo schiaffo del soldato, roba da uomini duri.
Mi domandai se mia cugina potesse giocare, ma a quanto pareva anche le donne erano ammesse. Eravamo molto in anticipo sui tempi.
Luca ci spiegò brevemente le regole del gioco, che non erano molte. Uno stava sotto, girato di spalle e con gli occhi chiusi, la mano destra accanto alla spalla sinistra, con il palmo rivolto verso l’esterno. Il soldato, pensai. Gli altri dovevano colpirlo sulla mano: se si indovinava chi ti aveva colpito toccava a lui andare sotto, altrimenti si continuava.
Mi piaceva questo gioco, quindi mi proposi come primo soldato. Voltai le spalle al nemico e mi preparai a ricevere il colpo. Ero sicuro che la mano di Roberta l’avrei riconosciuta, non potevo sbagliare. Ero pronto.
Ci fu un attimo di silenzio, poi qualcuno si schioccò le dita, poi un leggero bisbigliare. Il nemico stava studiando la sua mossa. Ma io ero pronto, non avrei sbagliato,la patria poteva dormire sonni tranquilli.
Non mi accorsi di niente. Sentii solo lo spostamento d’aria, poi il rumore di uno schiaffo. Luca, di sicuro. schizzai in avanti, attorcigliato come un serpente, ancora con gli occhi chiusi.
Quando li riaprii mi trovai disteso sul pavimento. Mi sentivo la gamba sinistra bagnata, eppure ero sicuro di non essermi pisciato addosso. Poi Roberta iniziò a urlare, forte.
Alzai la testa per guardarmi la gamba, ma vidi solo rosso. Troppo rosso per i miei gusti.
Avevo un buco sul ginocchio, e non era una sbucciatura, a quelle c’ero abituato. Era un buco enorme, grondante sangue, del colore di una bistecca. Ci misi la mano sopra per tentare di tapparlo, ma riuscii solo a riempirmela di sangue. A quel punto mi misi a piangere,sconsolato. Iniziava a farmi male.
Il famoso schiaffo del soldato mi aveva spedito in orbita e il mio ginocchio era atterrato sullo spigolo della credenza. I mobili antichi sanno il fatto loro: K.O. alla prima ripresa, neanche il tempo di cominciare. Forse non ero così pronto.
Non ricordo bene cosa successe dopo, so solo che mi ritrovai nello studio dentistico dove lavorava mia madre, sdraiato su un lettino bianco come il latte. Non so perché mi portarono lì e non al pronto soccorso, forse era più vicino. Era una stanza lunga, con i muri gialli e la finestra all’altezza della strada, si vedevano le gambe dei passanti.
Stavano tutti intorno a me e mi fissavano, immobili. Mia madre, mia zia, i miei cugini e il dentista. Nei loro occhi c’era paura, si, ma c’era anche qualcos’altro, come se fossero in attesa di qualcosa. Come se ancora non fosse tutto finito.
Non capivo. Non potevano chiudere quel buco e basta? Un po’ di spago, del nastro adesivo, un tappo.. qualunque cosa.
Abbassai lo sguardo sulle mani del dentista e tutto divenne improvvisamente chiaro. E non era un bene.
Tra le dita stringeva un ago ricurvo a cui era legato un pezzetto di spago nero. Non volevo crederci. Mi voleva cucire la gamba? No, non era possibile. Perché nessuno diceva niente? Perché nessuno gli diceva che non era possibile cucire una gamba? Una gamba non è mica come un paio di pantaloni da rammendare, lo capivo anche io che ero un bambino!
«Oii, stai tranquillo Albè, che non è niente, tu non ti preoccupare. Ora gli mettiamo qualche punto e gli chiudiamo questa ferita, non ti fa niente. Che tra due o tre giorni stai di nuovo giocando a pallone stai!» e mi diede un asciugamano, «ti tieni questo e, se senti male, lo morsichi forte, capito?».
No. Ma non mi aveva appena detto che non avrei sentito nulla?
Continuavo a non capire. Continuavo a fissare l’ago. Continuavo a lacrimare, non riuscivo a tenere gli occhi aperti.
Gridai come un pazzo quando mi infilzò per la prima volta, senza anestesia, senza ghiaccio. A crudo, come si dice.
Addentai l’asciugamano e strinsi i denti più che potevo. Ora i miei occhi erano spalancati. Non volevo guardare, ma era più forte di me. Vedevo tutta la scena.
L’ago entrava nella carne. E io lo vedevo entrare. Poi, un attimo, un istante dopo lo sentivo entrare. Staccarsi dalle dita tozze del dentista e affondare nel mio ginocchio.
Forse fu la prima volta che odiai qualcuno.
Solo uno, mi ha detto. Poi, solo un altro. Poi, questo è l’ultimo Albè.
Tre punti. I miei primi tre punti. Altro che medaglia al valore.
Piacere, Alberto. Piacere, sono il Dolore.
Tre punti per me.

1 punto

L’estate del ’91 il sole ci bolliva il cervello. Dovevo entrare in prima media, ero ancora una scheggia ingenua e avevo un sacco di tempo da buttare. E come me tutti i ragazzini del vicinato.
Stavamo sempre giù in strada, ci trovavamo sempre qualcosa da fare per passare il pomeriggio. Di solito giocavamo a pallone. Lunghe e interminabili partite nel cortile della scuola, che finivano puntualmente in altrettanto lunghi dibattiti su un gol fantasma o un fallo di mano non dichiarato. L’ombra di calciopoli su San Pietro. Cinque contro cinque in cinque metri quadrati di campo, se ti riusciva un dribbling pulito avevi un futuro in serie A.
Ogni tanto però il calcio ci stancava, e allora bisognava inventarsi qualcosa. E di solito ci venivano pessime idee.
Una delle più gettonate era giocare a botticheddu, una specie di nascondino con l’aggiunta dell’immancabile pallone, da usare per salvarsi e salvare tutti.
Il povero cristo che stava sotto a contare poteva passare anche l’intero pomeriggio a cercare, prima di trovare tutti. C’era chi saliva a casa e tornava giù con la bocca sporca di Nutella, con la faccia innocente, sostenendo di essere stato nascosto per tutto il tempo. Di solito, quando trovavi tutti era già ora di tornare a casa e non potevi nemmeno provare l’ebbrezza di nasconderti e fare il latitante.
Non era bello quando ti succedeva.
In realtà neanche nascondersi era così divertente. Mi ricordo che uno dei nascondigli più segreti, e più sicuri, era la legnaia di una casa vicino alla scuola. Non ho mai scoperto chi ci abitasse, ma non mi ci nascondevo volentieri. Una volta mi ci sono trovato da solo, stavo lì rannicchiato, immobile, senza fiatare, da almeno dieci minuti, sino a quando alzai lo sguardo sulla catasta di legna e vidi penzolarmi davanti due ragni neri, grossi come pugni chiusi.
Schizzai fuori senza dire una parola e mi misi a correre verso la strada. Ovviamente il ragazzino che ci cercava mi vide e mi eliminò, ma a me andava bene così. Tornai un attimo a casa a controllare se le mutande erano asciutte, almeno.
Quel giorno però non potevamo neanche giocare a botticheddu, eravamo solo in tre, non avrebbe avuto senso. Visto che era estate ripiegammo su un altro passatempo molto in voga: la caccia al calabrone.
Era una battuta di caccia molto rozza, ma pianificata nei minimi dettagli, con ruoli fissi e immutabili. Io e Giuseppe avvistavamo i calabroni posati su uno dei grossi fiori selvatici che crescevano in piazza, in mezzo a erbacce alte sino ai nostri polpacci, e ci avvicinavamo con fare furtivo. Ci facevamo un cenno e all’improvviso, con tutta la velocità e la forza di cui eravamo capaci, tiravamo un calcio al fiore: un collo pieno in mezza girata, per essere precisi. Il calabrone, per la botta, volava al centro del sentiero che correva tutto intorno a piazza Su cuzzone e stava alcuni secondi steso sulla schiena a sbattere le ali, cercando di riprendersi. Facevano un rumore assordante, un ronzio basso e disperato. A quel punto Alessandro si chinava sulla selvaggina e la intrappolava dentro una bottiglia di plastica aiutandosi con il tappo, come con scopa e paletta. I calabroni potevano vivere anche alcune ore lì dentro e, una volta che se ne erano catturati abbastanza, iniziavano a rivendicare il loro territorio, combattendo tra loro. Era divertente stare a guardare i combattimenti tra calabroni, ce n’era sempre uno che dominava su tutti e riusciva a conquistare il collo della bottiglia, appena sotto il tappo. Se ne stava lì l’imperatore, in attesa, pronto a scappare non appena avessimo tolto il tappo, più rombante e più incazzato che mai.
Di solito però non riusciva a scappare. Quando ci annoiavamo di quel gioco davamo qualche scossone alla bottiglia, la sbattevamo un po’ contro il muro, giusto di tanto di sedare anche gli spiriti più irrequieti, poi ci buttavamo un petardo dentro e la guardavamo esplodere o la riempivamo di alcool e le davamo fuoco, a seconda dei mezzi a disposizione. Dovevamo pur passare il tempo, la Natura ci perdonerà.
Quel giorno però i calabroni non ci bastavano. Giuseppe e Alessandro iniziarono a litigare per chi dovesse dar fuoco alla bottiglia, iniziarono a spingersi e a sputarsi, finché Alessandro non agguantò il trofeo e corse accanto a me, in un angolo della piazza. Giuseppe raccolse una pietra da terra e si avvicinò tenendola stretta in mano. Sentii che dovevo mettermi in mezzo.
«Dai, Giusè, finiscila. Molla quel contone e diamo fuoco a questa bottiglia».
«Col cazzo. Se non mi dà quella bottiglia lo sconco, ascò levati da mezzo che ti conviene».
«No, Giusè, non mi sposto. Tira, se vuoi tirare». Non credevo che l’avrebbe fatto. E mi sbagliavo. Stava mirando ai piedi, ma la pietra mi rimbalzò davanti e mi arrivò in testa.
Mi stavo girando per ripararmi e sentii solo un colpetto sulla nuca, come un pugno dato con le nocche. Mi girai verso di lui ridendo.
«Oh, me l’hai tirata davvero, cazzo. Sei un coglione».
Mi passai la mano in testa per accarezzarmi il bernoccolo e la ritirai piena di sangue. Smisi di ridere. Merda.
Mi sentivo come se i muri della piazza si stringessero su di me. Avevo il capogiro. Corsi a casa e misi la testa sotto la doccia, ma l’acqua continuava a sporcarsi di rosso.
Mio padre mi trovò così, in apnea, e mi portò al pronto soccorso questa volta.
Dopo la prima esperienza avevo il terrore dei punti e quando mi dissero che ce ne sarebbe voluto almeno uno mi si ghiacciò la schiena. Mi rasarono i capelli tutto intorno alla ferita con un rasoio da barbiere e mi consigliarono di usare un cappellino per i prossimi due mesi, poi mi spruzzarono qualcosa di verde sulla testa e iniziarono ad armeggiare con ago e filo.
Miracolo dell’anestetico. Questa volta non sentii nulla, neanche il minimo dolore. Ma avevo lo stesso un buco in testa, proprio al centro della mia chioma a caschetto. Forse sarei diventato calvo.
I dottori mi dissero che ero stato bravo e mi chiesero come me l’ero fatto. Io dissi che ero caduto e segnai un altro punto. Un’altra cicatrice da sfoggiare da grande. Stavo iniziando a prenderci gusto.

6 punti

Passarono due anni, durante i quali non successe poi tanto.
Io e il mio vicinato eravamo più o meno gli stessi di sempre, solo i nostri passatempi si erano leggermente modificati, e iniziavano a subire il fascino di qualcosa di vagamente criminale. L’asilo di fronte alla mia finestra era uno dei nostri bersagli preferiti, e l’antipatia delle suore che ci vivevano ci consentiva di avere molti pochi scrupoli. In una delle zone più nascoste, nel piccolo cortile laterale, sotto una rampa di scale, di solito stava un gruppo di ragazzi più grandi di noi, alcuni erano i fratelli maggiori dei miei amici. Sembrava che anche loro non avessero granché da fare durante il giorno, stavano rintanati lì sotto, seduti intorno a un piccolo tavolino da campeggio e giocavano a carte scommettendo i pochi soldi che avevano. Bevevano birra, grandi bottiglie di vetro scuro, marroncino, come annerite dal sole, con l’etichetta strappata e ridotta a brandelli. A noi non era permesso stare lì con loro, di solito ci mandavano via a calci in culo, erano tempi in cui il più grande era anche il più forte, altri tempi. Ma ogni tanto succedeva che ci chiamassero, per spedirci all’alimentari alla fine della strada a fare rifornimento di birre, con una montagna di monete da 200 lire strette nei nostri piccoli pugni. Ci sentivamo importanti quando succedeva.
Fu in quel periodo che iniziammo a sentire il richiamo del furto.
Era divertente rubare. La sensazione che ci dava uscire da un posto con qualcosa nascosto sotto la felpa era una cosa completamente nuova e, per un certo tempo, ne diventammo tutti dipendenti. Organizzavamo delle vere e proprie spedizioni sino ai bar più lontani, solo per il gusto di rubare. Entravamo in tre, quattro e ci fiondavamo direttamente al freezer dei gelati, tutti insieme, spingendoci come se ognuno di noi volesse mettere le mani per primo su quelle delizie di ghiaccio e coloranti. Stavamo qualche minuto con le braccia infilate nel freezer sino al gomito, come cercatori d’oro, arraffando tutto l’arraffabile, poi, con la faccia più innocente che avessimo, ci avvicinavamo al barista più giovane chiedendogli se per caso avessero ghiaccioli da 200 lire, sapendo benissimo che il più economico ne costava 350.
Il barista ci guardava sconsolato e allargava le braccia, ma non poteva prendersi la responsabilità di farci uno sconto. A quel punto chinavamo la testa e uscivamo sconsolati, facevamo ancora qualche passo con quell’aria triste stampata in faccia, poi iniziavamo a correre per i vicoli di San Pietro, con le tasche gocciolanti e le palle congelate, stupidi e felici come militari in libera uscita. A volte rubavamo così tanti gelati da non essere in grado di mangiarli tutti e finivamo per spappolarli contro i muri dell’asilo, ma questo contava relativamente.
La magia stava tutta nel gesto, nell’atto stesso di rubare, nel prendersi qualcosa senza doverla chiedere a nessuno.
Avevo scoperto di essere piuttosto bravo in questo. Riuscivo a infilarmi sotto la maglia anche 5 o 6 gelati, che poi distribuivo generosamente a quelli che non avevano la mia stessa abilità. Mi sentivo un provetto Robin Hood, nel mio piccolo. Rubavo ai «ricchi» per sfamare gli affamati, anche se non avevano fame.
Ero il paladino dei golosi, il terrore dei gelatai, re incontrastato di Calippo e Freddoloni.
Quel pomeriggio ci eravamo appena spartiti il bottino e addentavamo la nostra parte di refurtiva, seduti a cavalcioni sul muretto che separa l’asilo dal cortile della scuola elementare, campo delle nostre infinite partite di pallone.
Io davo le spalle alla strada e affondavo i denti nel mio Gran Rico, beandomi del contatto dei miei incisivi con i pezzetti di amarena gelata. Davide sedeva di fronte a me e beatificava la grande Inter di Matthäus e Brehme, mentre Alessandro, nascosto da un Cuccioline, scuoteva la testa e storceva le labbra in un’espressione di schifo assoluto.
Non li sentii passarci accanto, vidi solo la bocca di Davide arrotondarsi come un culo di gallina, per emettere un lungo fischio di approvazione.
Mi voltai di scatto e li vidi. Una coppietta camminava sotto di noi, sul marciapiede, tenendosi per mano. Lui aveva una polo nera e sulla faccia, incorniciata dalla barba scura, l’espressione che tutti i nuoresi hanno mentre passeggiano con la propria donna. Un misto di orgoglio e cattiveria allo stato puro, gli occhi che ridono, tradendo il piacere della romantica camminata e, allo stesso tempo, iniettati di un odio cieco, per mascherare quello slancio di sdolcinatezza che potrebbe farli apparire ridicoli agli occhi degli altri. Lei indossava una camicetta a fiori e una gonnellina leggera, di un giallo acceso, perfettamente estivo.
Non dovevano aver sentito il fischio, continuavano a camminare, persi nei loro pensieri di coppia, non sembravano averci visto.
«E alzatela quella minigonna, no?»
La voce di Davide suonò strana, come sospesa a mezz’aria.
Girai gli occhi verso di lui e non lo vidi.
Lo sentii atterrare sotto i miei piedi, carponi, con un sorriso soddisfatto sulle labbra. Saltò anche Alessandro.
Ero solo. Puntai i palmi delle mani sul muretto e saltai anch’io, per nascondermi alla rabbia dell’uomo con la barba.
Atterrai sulle spalle di Alessandro, che correva rannicchiato su sé stesso, e fu come atterrare su un tappeto elastico. Mi ribaltai, sbattendo pesantemente la faccia a terra.
Quando riuscii ad aprire gli occhi vidi solo la carta di un gelato e qualche minuscola goccia di sangue rosso cupo che punteggiava la terra chiara del cortile.
Sputai. Rosso cupo. Avevo la bocca piena di terra e sangue. Sputai ancora.
Salimmo tutti e tre a casa, di corsa, andammo in bagno e mi guardai, riflesso nel grande specchio sopra il lavandino.
Avevo la bocca gonfia, deformata, e un buco appena sotto il labbro inferiore, al centro, proprio dove iniziavano a spuntarmi i primi accenni di barba. Ero sceso di faccia, perfettamente di faccia, e una pietra mi aveva trapassato, entrandomi in bocca.
Sapevo cosa sarebbe successo. Altri punti.
Chissà quanto avrei totalizzato questa volta.
Mi misi un fazzoletto davanti alla bocca e scendemmo giù sotto casa ad aspettare mio padre.
Ormai doveva esserci abituato al pronto soccorso, ero quasi di casa.
I due medici mi guardarono in silenzio, scuotendo lievemente le teste, l’infermiera mi mise una mano sulle spalle e mi fece sdraiare sul lettino, sotto la luce bianca. Mi riempirono la bocca di anestetico e iniziarono a cucirmi. Anche questa volta non sentii dolore. Mi chiedevo solo quanti punti ci sarebbero voluti. Ci tenevo alla mia collezione.
«Et voilà. Come nuovo. Quattro punti dentro e due fuori. Gran bella ferita, complimenti piccolo.» Mi sorrise l’infermiera.
Avrei voluto sorridere anch’io e ringraziarli.
Loro non potevano saperlo, ma ero arrivato a 10 punti. Proprio il numero che volevo. Una bella cifra tonda, il numero di Baggio, facile da ricordare.
Avevo la bocca piena di cotone e garza, non potei parlare per quasi un mese, né mangiare niente di solido.
Forse fu da quella volta che diventai così taciturno e iniziai a odiare la minestra.
10 punti. Decisi di fermarmi, per il momento.