10 punti
Un giorno mio padre
per insegnarmi la lealtà
mi ha dato un calcio in
faccia
P. Mureddu
3
punti
Avrò avuto sei anni.
Forse cinque. Ero un bel bambino, a detta di alcuni.
Io non mi ricordo. So che quel giorno ero nel
soggiorno di mia zia, al piano di sopra, con i miei
cugini più grandi.
Eravamo quasi sempre insieme in quel periodo io, Luca
e Roberta. Avevano quattro o cinque anni più di me e
non è che capissi proprio tutto quello che si
dicevano, però capivo abbastanza per ridere e mi
divertivo con loro.
Mia zia era il nostro angelo custode e riusciva a
coinvolgerci sempre in qualche nuovo gioco, ma quel
giorno doveva essere troppo stanca per farlo.
Ce ne stavamo in soggiorno senza fare niente. Non so
perché non fossimo giù in cortile a giocare a
pallone, forse pioveva. Stavamo lì, a guardarci, tra
i mobili antichi di noce, scuri, severi, che stavano
lì da molto prima di noi, immobili.
Ci guardavamo in faccia sbuffando. Aspettavamo.
Magari che dal cielo scendesse un’idea geniale e si
posasse sopra le nostre teste, come lo spirito santo.
In realtà io non vidi niente venire giù dal cielo, ma
qualcosa doveva essere successo perché, a un tratto,
Luca si alzò in piedi proclamando:
«Va bene, basta, giochiamo allo schiaffo del
soldato».
«Io ci sto!» mi accodai all’istante.
Ovviamente non avevo la minima idea di che cosa
fosse, ma aveva un nome che mi piaceva. Lo schiaffo
del soldato, roba da uomini duri.
Mi domandai se mia cugina potesse giocare, ma a
quanto pareva anche le donne erano ammesse. Eravamo
molto in anticipo sui tempi.
Luca ci spiegò brevemente le regole del gioco, che
non erano molte. Uno stava sotto, girato di spalle e
con gli occhi chiusi, la mano destra accanto alla
spalla sinistra, con il palmo rivolto verso
l’esterno. Il soldato, pensai. Gli altri dovevano
colpirlo sulla mano: se si indovinava chi ti aveva
colpito toccava a lui andare sotto, altrimenti si
continuava.
Mi piaceva questo gioco, quindi mi proposi come primo
soldato. Voltai le spalle al nemico e mi preparai a
ricevere il colpo. Ero sicuro che la mano di Roberta
l’avrei riconosciuta, non potevo sbagliare. Ero
pronto.
Ci fu un attimo di silenzio, poi qualcuno si schioccò
le dita, poi un leggero bisbigliare. Il nemico stava
studiando la sua mossa. Ma io ero pronto, non avrei
sbagliato,la patria poteva dormire sonni tranquilli.
Non mi accorsi di niente. Sentii solo lo spostamento
d’aria, poi il rumore di uno schiaffo. Luca, di
sicuro. schizzai in avanti, attorcigliato come un
serpente, ancora con gli occhi chiusi.
Quando li riaprii mi trovai disteso sul pavimento. Mi
sentivo la gamba sinistra bagnata, eppure ero sicuro
di non essermi pisciato addosso. Poi Roberta iniziò a
urlare, forte.
Alzai la testa per guardarmi la gamba, ma vidi solo
rosso. Troppo rosso per i miei gusti.
Avevo un buco sul ginocchio, e non era una
sbucciatura, a quelle c’ero abituato. Era un buco
enorme, grondante sangue, del colore di una bistecca.
Ci misi la mano sopra per tentare di tapparlo, ma
riuscii solo a riempirmela di sangue. A quel punto mi
misi a piangere,sconsolato. Iniziava a farmi male.
Il famoso schiaffo del soldato mi aveva spedito in
orbita e il mio ginocchio era atterrato sullo spigolo
della credenza. I mobili antichi sanno il fatto loro:
K.O. alla prima ripresa, neanche il tempo di
cominciare. Forse non ero così pronto.
Non ricordo bene cosa successe dopo, so solo che mi
ritrovai nello studio dentistico dove lavorava mia
madre, sdraiato su un lettino bianco come il latte.
Non so perché mi portarono lì e non al pronto
soccorso, forse era più vicino. Era una stanza lunga,
con i muri gialli e la finestra all’altezza della
strada, si vedevano le gambe dei passanti.
Stavano tutti intorno a me e mi fissavano, immobili.
Mia madre, mia zia, i miei cugini e il dentista. Nei
loro occhi c’era paura, si, ma c’era anche
qualcos’altro, come se fossero in attesa di qualcosa.
Come se ancora non fosse tutto finito.
Non capivo. Non potevano chiudere quel buco e basta?
Un po’ di spago, del nastro adesivo, un tappo..
qualunque cosa.
Abbassai lo sguardo sulle mani del dentista e tutto
divenne improvvisamente chiaro. E non era un bene.
Tra le dita stringeva un ago ricurvo a cui era legato
un pezzetto di spago nero. Non volevo crederci. Mi
voleva cucire la gamba? No, non era possibile. Perché
nessuno diceva niente? Perché nessuno gli diceva che
non era possibile cucire una gamba? Una gamba non è
mica come un paio di pantaloni da rammendare, lo
capivo anche io che ero un bambino!
«Oii, stai tranquillo Albè, che non è niente, tu non
ti preoccupare. Ora gli mettiamo qualche punto e gli
chiudiamo questa ferita, non ti fa niente. Che tra
due o tre giorni stai di nuovo giocando a pallone
stai!» e mi diede un asciugamano, «ti tieni questo e,
se senti male, lo morsichi forte, capito?».
No. Ma non mi aveva appena detto che non avrei
sentito nulla?
Continuavo a non capire. Continuavo a fissare l’ago.
Continuavo a lacrimare, non riuscivo a tenere gli
occhi aperti.
Gridai come un pazzo quando mi infilzò per la prima
volta, senza anestesia, senza ghiaccio. A crudo, come
si dice.
Addentai l’asciugamano e strinsi i denti più che
potevo. Ora i miei occhi erano spalancati. Non volevo
guardare, ma era più forte di me. Vedevo tutta la
scena.
L’ago entrava nella carne. E io lo vedevo entrare.
Poi, un attimo, un istante dopo lo sentivo entrare.
Staccarsi dalle dita tozze del dentista e affondare
nel mio ginocchio.
Forse fu la prima volta che odiai qualcuno.
Solo uno, mi ha detto. Poi, solo un altro. Poi,
questo è l’ultimo Albè.
Tre punti. I miei primi tre punti. Altro che medaglia
al valore.
Piacere, Alberto. Piacere, sono il Dolore.
Tre punti per me.
1
punto
L’estate del ’91 il sole ci bolliva il cervello.
Dovevo entrare in prima media, ero ancora una
scheggia ingenua e avevo un sacco di tempo da
buttare. E come me tutti i ragazzini del vicinato.
Stavamo sempre giù in strada, ci trovavamo sempre
qualcosa da fare per passare il pomeriggio. Di solito
giocavamo a pallone. Lunghe e interminabili partite
nel cortile della scuola, che finivano puntualmente
in altrettanto lunghi dibattiti su un gol fantasma o
un fallo di mano non dichiarato. L’ombra di
calciopoli su San Pietro. Cinque contro cinque in
cinque metri quadrati di campo, se ti riusciva un
dribbling pulito avevi un futuro in serie A.
Ogni tanto però il calcio ci stancava, e allora
bisognava inventarsi qualcosa. E di solito ci
venivano pessime idee.
Una delle più gettonate era giocare a botticheddu,
una specie di nascondino con l’aggiunta
dell’immancabile pallone, da usare per salvarsi e
salvare tutti.
Il povero cristo che stava sotto a contare poteva
passare anche l’intero pomeriggio a cercare, prima di
trovare tutti. C’era chi saliva a casa e tornava giù
con la bocca sporca di Nutella, con la faccia
innocente, sostenendo di essere stato nascosto per
tutto il tempo. Di solito, quando trovavi tutti era
già ora di tornare a casa e non potevi nemmeno
provare l’ebbrezza di nasconderti e fare il
latitante.
Non era bello quando ti succedeva.
In realtà neanche nascondersi era così divertente. Mi
ricordo che uno dei nascondigli più segreti, e più
sicuri, era la legnaia di una casa vicino alla
scuola. Non ho mai scoperto chi ci abitasse, ma non
mi ci nascondevo volentieri. Una volta mi ci sono
trovato da solo, stavo lì rannicchiato, immobile,
senza fiatare, da almeno dieci minuti, sino a quando
alzai lo sguardo sulla catasta di legna e vidi
penzolarmi davanti due ragni neri, grossi come pugni
chiusi.
Schizzai fuori senza dire una parola e mi misi a
correre verso la strada. Ovviamente il ragazzino che
ci cercava mi vide e mi eliminò, ma a me andava bene
così. Tornai un attimo a casa a controllare se le
mutande erano asciutte, almeno.
Quel giorno però non potevamo neanche giocare a
botticheddu, eravamo solo in tre, non avrebbe avuto
senso. Visto che era estate ripiegammo su un altro
passatempo molto in voga: la caccia al calabrone.
Era una battuta di caccia molto rozza, ma pianificata
nei minimi dettagli, con ruoli fissi e immutabili. Io
e Giuseppe avvistavamo i calabroni posati su uno dei
grossi fiori selvatici che crescevano in piazza, in
mezzo a erbacce alte sino ai nostri polpacci, e ci
avvicinavamo con fare furtivo. Ci facevamo un cenno e
all’improvviso, con tutta la velocità e la forza di
cui eravamo capaci, tiravamo un calcio al fiore: un
collo pieno in mezza girata, per essere precisi. Il
calabrone, per la botta, volava al centro del
sentiero che correva tutto intorno a piazza Su
cuzzone e stava alcuni secondi steso sulla schiena a
sbattere le ali, cercando di riprendersi. Facevano un
rumore assordante, un ronzio basso e disperato. A
quel punto Alessandro si chinava sulla selvaggina e
la intrappolava dentro una bottiglia di plastica
aiutandosi con il tappo, come con scopa e paletta. I
calabroni potevano vivere anche alcune ore lì dentro
e, una volta che se ne erano catturati abbastanza,
iniziavano a rivendicare il loro territorio,
combattendo tra loro. Era divertente stare a guardare
i combattimenti tra calabroni, ce n’era sempre uno
che dominava su tutti e riusciva a conquistare il
collo della bottiglia, appena sotto il tappo. Se ne
stava lì l’imperatore, in attesa, pronto a scappare
non appena avessimo tolto il tappo, più rombante e
più incazzato che mai.
Di solito però non riusciva a scappare. Quando ci
annoiavamo di quel gioco davamo qualche scossone alla
bottiglia, la sbattevamo un po’ contro il muro,
giusto di tanto di sedare anche gli spiriti più
irrequieti, poi ci buttavamo un petardo dentro e la
guardavamo esplodere o la riempivamo di alcool e le
davamo fuoco, a seconda dei mezzi a disposizione.
Dovevamo pur passare il tempo, la Natura ci
perdonerà.
Quel giorno però i calabroni non ci bastavano.
Giuseppe e Alessandro iniziarono a litigare per chi
dovesse dar fuoco alla bottiglia, iniziarono a
spingersi e a sputarsi, finché Alessandro non
agguantò il trofeo e corse accanto a me, in un angolo
della piazza. Giuseppe raccolse una pietra da terra e
si avvicinò tenendola stretta in mano. Sentii che
dovevo mettermi in mezzo.
«Dai, Giusè, finiscila. Molla quel contone e diamo
fuoco a questa bottiglia».
«Col cazzo. Se non mi dà quella bottiglia lo sconco,
ascò levati da mezzo che ti conviene».
«No, Giusè, non mi sposto. Tira, se vuoi tirare». Non
credevo che l’avrebbe fatto. E mi sbagliavo. Stava
mirando ai piedi, ma la pietra mi rimbalzò davanti e
mi arrivò in testa.
Mi stavo girando per ripararmi e sentii solo un
colpetto sulla nuca, come un pugno dato con le
nocche. Mi girai verso di lui ridendo.
«Oh, me l’hai tirata davvero, cazzo. Sei un
coglione».
Mi passai la mano in testa per accarezzarmi il
bernoccolo e la ritirai piena di sangue. Smisi di
ridere. Merda.
Mi sentivo come se i muri della piazza si
stringessero su di me. Avevo il capogiro. Corsi a
casa e misi la testa sotto la doccia, ma l’acqua
continuava a sporcarsi di rosso.
Mio padre mi trovò così, in apnea, e mi portò al
pronto soccorso questa volta.
Dopo la prima esperienza avevo il terrore dei punti e
quando mi dissero che ce ne sarebbe voluto almeno uno
mi si ghiacciò la schiena. Mi rasarono i capelli
tutto intorno alla ferita con un rasoio da barbiere e
mi consigliarono di usare un cappellino per i
prossimi due mesi, poi mi spruzzarono qualcosa di
verde sulla testa e iniziarono ad armeggiare con ago
e filo.
Miracolo dell’anestetico. Questa volta non sentii
nulla, neanche il minimo dolore. Ma avevo lo stesso
un buco in testa, proprio al centro della mia chioma
a caschetto. Forse sarei diventato calvo.
I dottori mi dissero che ero stato bravo e mi
chiesero come me l’ero fatto. Io dissi che ero caduto
e segnai un altro punto. Un’altra cicatrice da
sfoggiare da grande. Stavo iniziando a prenderci
gusto.
6
punti
Passarono due anni, durante i quali non successe poi
tanto.
Io e il mio vicinato eravamo più o meno gli stessi di
sempre, solo i nostri passatempi si erano leggermente
modificati, e iniziavano a subire il fascino di
qualcosa di vagamente criminale. L’asilo di fronte
alla mia finestra era uno dei nostri bersagli
preferiti, e l’antipatia delle suore che ci vivevano
ci consentiva di avere molti pochi scrupoli. In una
delle zone più nascoste, nel piccolo cortile
laterale, sotto una rampa di scale, di solito stava
un gruppo di ragazzi più grandi di noi, alcuni erano
i fratelli maggiori dei miei amici. Sembrava che
anche loro non avessero granché da fare durante il
giorno, stavano rintanati lì sotto, seduti intorno a
un piccolo tavolino da campeggio e giocavano a carte
scommettendo i pochi soldi che avevano. Bevevano
birra, grandi bottiglie di vetro scuro, marroncino,
come annerite dal sole, con l’etichetta strappata e
ridotta a brandelli. A noi non era permesso stare lì
con loro, di solito ci mandavano via a calci in culo,
erano tempi in cui il più grande era anche il più
forte, altri tempi. Ma ogni tanto succedeva che ci
chiamassero, per spedirci all’alimentari alla fine
della strada a fare rifornimento di birre, con una
montagna di monete da 200 lire strette nei nostri
piccoli pugni. Ci sentivamo importanti quando
succedeva.
Fu in quel periodo che iniziammo a sentire il
richiamo del furto.
Era divertente rubare. La sensazione che ci dava
uscire da un posto con qualcosa nascosto sotto la
felpa era una cosa completamente nuova e, per un
certo tempo, ne diventammo tutti dipendenti.
Organizzavamo delle vere e proprie spedizioni sino ai
bar più lontani, solo per il gusto di rubare.
Entravamo in tre, quattro e ci fiondavamo
direttamente al freezer dei gelati, tutti insieme,
spingendoci come se ognuno di noi volesse mettere le
mani per primo su quelle delizie di ghiaccio e
coloranti. Stavamo qualche minuto con le braccia
infilate nel freezer sino al gomito, come cercatori
d’oro, arraffando tutto l’arraffabile, poi, con la
faccia più innocente che avessimo, ci avvicinavamo al
barista più giovane chiedendogli se per caso avessero
ghiaccioli da 200 lire, sapendo benissimo che il più
economico ne costava 350.
Il barista ci guardava sconsolato e allargava le
braccia, ma non poteva prendersi la responsabilità di
farci uno sconto. A quel punto chinavamo la testa e
uscivamo sconsolati, facevamo ancora qualche passo
con quell’aria triste stampata in faccia, poi
iniziavamo a correre per i vicoli di San Pietro, con
le tasche gocciolanti e le palle congelate, stupidi e
felici come militari in libera uscita. A volte
rubavamo così tanti gelati da non essere in grado di
mangiarli tutti e finivamo per spappolarli contro i
muri dell’asilo, ma questo contava relativamente.
La magia stava tutta nel gesto, nell’atto stesso di
rubare, nel prendersi qualcosa senza doverla chiedere
a nessuno.
Avevo scoperto di essere piuttosto bravo in questo.
Riuscivo a infilarmi sotto la maglia anche 5 o 6
gelati, che poi distribuivo generosamente a quelli
che non avevano la mia stessa abilità. Mi sentivo un
provetto Robin Hood, nel mio piccolo. Rubavo ai
«ricchi» per sfamare gli affamati, anche se non
avevano fame.
Ero il paladino dei golosi, il terrore dei gelatai,
re incontrastato di Calippo e Freddoloni.
Quel pomeriggio ci eravamo appena spartiti il bottino
e addentavamo la nostra parte di refurtiva, seduti a
cavalcioni sul muretto che separa l’asilo dal cortile
della scuola elementare, campo delle nostre infinite
partite di pallone.
Io davo le spalle alla strada e affondavo i denti nel
mio Gran Rico, beandomi del contatto dei miei
incisivi con i pezzetti di amarena gelata. Davide
sedeva di fronte a me e beatificava la grande Inter
di Matthäus e Brehme, mentre Alessandro, nascosto da
un Cuccioline, scuoteva la testa e storceva le labbra
in un’espressione di schifo assoluto.
Non li sentii passarci accanto, vidi solo la bocca di
Davide arrotondarsi come un culo di gallina, per
emettere un lungo fischio di approvazione.
Mi voltai di scatto e li vidi. Una coppietta
camminava sotto di noi, sul marciapiede, tenendosi
per mano. Lui aveva una polo nera e sulla faccia,
incorniciata dalla barba scura, l’espressione che
tutti i nuoresi hanno mentre passeggiano con la
propria donna. Un misto di orgoglio e cattiveria allo
stato puro, gli occhi che ridono, tradendo il piacere
della romantica camminata e, allo stesso tempo,
iniettati di un odio cieco, per mascherare quello
slancio di sdolcinatezza che potrebbe farli apparire
ridicoli agli occhi degli altri. Lei indossava una
camicetta a fiori e una gonnellina leggera, di un
giallo acceso, perfettamente estivo.
Non dovevano aver sentito il fischio, continuavano a
camminare, persi nei loro pensieri di coppia, non
sembravano averci visto.
«E alzatela quella minigonna, no?»
La voce di Davide suonò strana, come sospesa a
mezz’aria.
Girai gli occhi verso di lui e non lo vidi.
Lo sentii atterrare sotto i miei piedi, carponi, con
un sorriso soddisfatto sulle labbra. Saltò anche
Alessandro.
Ero solo. Puntai i palmi delle mani sul muretto e
saltai anch’io, per nascondermi alla rabbia dell’uomo
con la barba.
Atterrai sulle spalle di Alessandro, che correva
rannicchiato su sé stesso, e fu come atterrare su un
tappeto elastico. Mi ribaltai, sbattendo pesantemente
la faccia a terra.
Quando riuscii ad aprire gli occhi vidi solo la carta
di un gelato e qualche minuscola goccia di sangue
rosso cupo che punteggiava la terra chiara del
cortile.
Sputai. Rosso cupo. Avevo la bocca piena di terra e
sangue. Sputai ancora.
Salimmo tutti e tre a casa, di corsa, andammo in
bagno e mi guardai, riflesso nel grande specchio
sopra il lavandino.
Avevo la bocca gonfia, deformata, e un buco appena
sotto il labbro inferiore, al centro, proprio dove
iniziavano a spuntarmi i primi accenni di barba. Ero
sceso di faccia, perfettamente di faccia, e una
pietra mi aveva trapassato, entrandomi in bocca.
Sapevo cosa sarebbe successo. Altri punti.
Chissà quanto avrei totalizzato questa volta.
Mi misi un fazzoletto davanti alla bocca e scendemmo
giù sotto casa ad aspettare mio padre.
Ormai doveva esserci abituato al pronto soccorso, ero
quasi di casa.
I due medici mi guardarono in silenzio, scuotendo
lievemente le teste, l’infermiera mi mise una mano
sulle spalle e mi fece sdraiare sul lettino, sotto la
luce bianca. Mi riempirono la bocca di anestetico e
iniziarono a cucirmi. Anche questa volta non sentii
dolore. Mi chiedevo solo quanti punti ci sarebbero
voluti. Ci tenevo alla mia collezione.
«Et voilà. Come nuovo. Quattro punti dentro e due
fuori. Gran bella ferita, complimenti piccolo.» Mi
sorrise l’infermiera.
Avrei voluto sorridere anch’io e ringraziarli.
Loro non potevano saperlo, ma ero arrivato a 10
punti. Proprio il numero che volevo. Una bella cifra
tonda, il numero di Baggio, facile da ricordare.
Avevo la bocca piena di cotone e garza, non potei
parlare per quasi un mese, né mangiare niente di
solido.
Forse fu da quella volta che diventai così taciturno
e iniziai a odiare la minestra.
10 punti. Decisi di fermarmi, per il
momento.



