{di Giulio D’Antona}

«How much do you pay Ted Denson?»
- una delle ossessioni di George in Seinfeld

1.

A parlare di sitcom si instaurano determinati obblighi morali. Uno di questi è che parlando di sitcom, non si può non parlare di Ted Danson.

Classe 1947, San Diego. Con il fisico californiano, il sorriso squadrato e le mani fatte per pagaiare sdraiato a pancia sotto sulla tavola da surf. Capelli bianchissimi che danno fastidio agli occhi – oggi, ma quando stava appoggiato al bancone del Cheers con lo straccio adagiato sulla spalla e lo sguardo da sparviero, li aveva castano chiaro. È stato un po’ ovunque in televisione, meno al cinema ma a guardare bene da qualche parte lo si trova.

Ha cominciato con le pubblicità, negli anni settanta era l’Aramis man, testimonial per Estée Lauder. Roba di profumi. Poi eccolo approdare alla soap Somerset, per un paio di stagioni tra il ’75 e il ’76, e piano piano ritagliarsi nicchie da qualche battuta nelle serie di maggior successo. Family, Benson, Taxi, Magnum P.I., Tucker’s Witch. Falcata decisa, palettoni bene in vista, ciuffo laccato a fare l’onda e già si poteva intuire il genio, anche se in in secondo piano e parzialmente coperto dall’immenso petto di Tom Selleck.

È tutta una questione di fisico, di voce, e di capacità innata nell’azzeccare i tempi comici se oggi, a trent’anni esatti dalla messa in onda del pilota della sua prima sit, siamo ancora qui a parlarne.

2.
Comincia tutto con James Borrows, Glen Charles e Les Charles che cercano di inventare una versione americana di Fawlty Towers per la NBC – John Cleese, ex Monty Python mica per niente. Qualcosa di ambientato in un albergo, o in un bar. Qualcosa che infonda una sensazione di familiarità, ma non sia il solito salotto. Dinamiche da pub, ma togliendo di mezzo tutti gli inglesi. Il 30 Settembre 1982 va in onda il pilota di CheersCin cin in Italiano, ma vi prego – e la serie ci rimane per undici anni.

Ted è Sam Malone, un ex lanciatore dei Boston Red Sox. Il Cheers è il pub di sua proprietà, nel centro della città più europea d’America, e lo gestisce assieme al suo vecchio allenatore (Ernie “Coach” Pantusso, Nicholas Colasanto) suonato dagli spioventi che ha preso in testa, la cameriera italo-americana Carla Tortelli (Rhea Perlman) corredata di numerosi figli che naturalmente alleva da sola e la giovane laureata, supponente, pignola e un po’ stronza Diane Chambers (Shelley Long), con la quale fonda un tira e molla amoroso che farà da colonna portante per tutta la serie.

Sam è uno scimmione misogino dal cuore d’oro, il prototipo dello sportivo americano, Diane è la sua perfetta nemesi. Inutile dire che rischieranno di sposarsi e vivere felici e contenti, ma mancheranno l’obbiettivo per un soffio.

Cheers parte in sordina, ultimo degli ultimi nella classifica di ascolti, e il network minaccia di chiuderlo alla prima stagione. Ma la NBC è lungimirante e lascia che il tempo passi, che i personaggi si definiscano, che i protagonisti si aprano all’improvvisazione e i comprimari si instaurino nell’immaginario collettivo. La seconda stagione, vuoi per abitudine, vuoi per maturità, sbanca gli indici di gradimento e segna il punto di partenza per piazzare la serie tra i classici.

Durante le annate successive l’esperimento dei creatori si dimostra riuscito. Il Cheers diventa il posto dove tutti vorrebbero trovarsi dopo il lavoro – «where everybody knows your name», canta la citatissima sigla – tra Norm (George Wendt), commercialista sempre afflitto dai problemi coniugali che cerca di annegare nella birra, Cliff (John Ratzenberger), postino fiero e Fraiser (Kelsey Grammer), analista paranoico sull’orlo del fallimento, senza dubbio il personaggio meglio delineato che darà vita a uno dei pochi spin-off riusciti nella storia della televisione – Fraiser, appunto.

«Norm!»
- tormentone di ogni puntata, all’entrata di Norm al Cheers



3.
Se Cheers è stato un ottimo lancio, Becker è l’affermazione.

Ted ormai è un attore maturo, nella recitazione come nei lineamenti. Ha capito che la parte del burbero è quella che gli calza meglio, e la esprime al massimo in questa sit della CBS, andata in onda dal 1998 al 2004, ambientata a Bronx – NYC.

Becker è un medico privato, misantropo e incazzoso, costantemente infastidito da una schiera di pazienti petulanti e pretenziosi. Solo. Anche in questo caso il rapporto di Ted con le donne è qualcosa di portante, ma se in Cheers si manifestava subito e in maniera diretta, in Becker bisogna aspettare la terza stagione prima che il protagonista lasci affiorare un briciolo di istinto amoroso. Per il resto è supponente, tirchio, fumatore, incattivito e non gli importa niente di ciò che pensano gli altri. Niente di meglio.

Ad affiancare Ted sono Hattie Winston, nella parte dell’infermiera afroamericana Margaret, pratica e amorevole, sorella e amica, che spesso e volentieri toglie le castagne dal fuoco per lo scorbutico dottore, Jake (Alex Désert), giornalaio non vedente e Linda (Shawnee Smith), assistente sostanzialmente idiota che non fa che aumentare l’odio di Becker nei confronti del genere umano. Per il resto è tutta una questione di comparse, amicizie femminili che vanno e vengono – la fiamma si accende con Reggie (Terry Farrell) ma l’incendio non divampa – portieri ficcanaso e pazienti presunti ipocondriaci.

La serie non è un successo, ma nemmeno un insuccesso. Esce dalla sue sei stagioni a testa alta e lascia che sia il nome di Ted a prendersi tutti i meriti.

Why do women always scream when they’re surprised?
Can’t you just clutch your heart and drop dead like a man?
- John Becker


4.
Bored to death è tutta un’altra storia. Una storia di contorno, di innovazione, di cambiamento. Di assurdità.

Nata dal genio letterario di Jonathan Ames, che per l’occasione si è riscoperto sceneggiatore, produttore e cameo, e interpretata da Jason Schwartzman nella parte dello scrittore/investigatore privato. Goffo e mansueto, con una punta di dipendenza da alcol e erba. Accompagnato dall’immenso Zach Galifianakis, nella parte di Ray, fumettista sovrappeso e disturbato, attraverso una Brooklin ideale, popolata più che altro da mafiosi russi e casi umani con uno spiccato senso della sessualità.

Il pilota è andato in onda nel settembre del 2009, e a oggi siamo a tre stagioni brevi – otto episodi, all’inglese – nel corso delle quali Jonathan si è trovato alle prese con spacciatori malinconici e assassine ninfomani, poliziotti pervertiti e omosessuali in costume da orso bianco. Quello che ci si aspetterebbe da un romanzo di Ames, con in più una bellissima single camera e una fotografia d’eccezione. Niente pubblico in sala, se ve lo state chiedendo.

Ted ricompare dopo qualche anno passato tra ruoli minori ma continuativi – CSI, Curb Your Enthusiasm – e totale latitanza, nella migliore forma di sempre. La parte è quella di George, direttore di una rivista di grido, ricco da fare schifo e viziato dalla bella vita che si è ritagliato intorno. Amico del protagonista e valvola di sfogo per tutte le sue ossessioni, che generalmente vengono risolte con uno spinello vista Manhattan, immersi nel lusso sfrenato dei divani di satin e delle vetrate panoramiche.

La serie è meravigliosa, ben congegnata e degna del cast che la sostiene. HBO, manco a dirlo. Ted si crogiola nella sua seconda giovinezza, tra bellissime donne di cui puntualmente si innamora e problemi di prostata appena accennati. Una voce calda e roca come mai prima d’ora, che testimonia il fascino immortale di un diavolo della comicità.

I’m going to drink as much booze
and smoke as much pot as I want. Thank you very much.

- George

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One Response to Quel diavolo di Ted Danson (Ovvero: Cheers, Becker e Bored To Death)

  1. Arturo says:

    Grande attore!
    E’ stato capace di farmi ricominciare a seguire perfino CSI!