{di Nicolò Porcelluzzi}

Fino alle due di ieri pomeriggio quest’articolo voleva parlare di valori: l’amicizia, l’amore, la famiglia nel corpus produttivo di Jack White. Di fatto, restringendo il campo ai The White Stripes, e all’enorme Elephant. Enorme perché trattasi del disco più importante del duo, e che vi piaccia o no, uno della manciata di motivi per cui gli anni Zero verranno ricordati, parlando di musica. Nel 2012 La registrazione di Elephant compie dieci anni – la pubblicazione nove, e si stanno giocando gli Europei su nell’est (avete notato che ad ogni rete bombardano lo stadio a suon di Seven Nation Army?): mi sembrava il momento giusto. Quindi è andata così, il pezzo che avreste dovuto leggere oggi uscirà la settimana prossima: lì potrete trovare una breve riflessione sull’importanza della casa nella visione del mondo whitiana, luogo di costruzione (JW ha una strana – per chi scrive – passione per la fatica, i mattoni) di nuclei familiari più o meno felici: il musicista in Elephant descrive per lo più madri tiranniche e mariti passivo-aggressivi e coppie quasi scoppiate. È un gioco, quindi è da prendere molto sul serio.

In ogni caso, ieri pomeriggio, ho commesso un errore (non finiscono mai): ho scavato, a tempo perso, nella biografia di JW. Volevo certificare di non avere scritto puttanate.
Beh, una volta saputo dei suoi due divorzi – il secondo con bimbi a carico, del pestaggio datato 13-12-03 dove a forza di botte cercò l’anima del chitarrista di un gruppo (Von Bondies) in cui il nostro si dichiarò producer per aver titillato leggermente il mixer durante la registrazione delle chitarre, della relazione adulterina con la moglie di un suo amico (il cantante dei Blanche) che lo portò a lasciare Detroit per la caleidoscopica Nashville, una volta sapute queste robe qualcosina vacillò nella raison d’etre dell’articolo. Volevo parlare della nota ossessione di White per il numero 3, della presenza trilogica di “casa sangue e ossa” nei dischi dei WS eccetera: si è imposta invece qualche riga riguardo al cucchesco problema arte vs. verità, e i suoi corollari che vanno a toccare l’onestà intellettuale, la genuinità, l’art for art sake (chiedo scusa ma è un espressione tradotta spesso a caso).

Lev Tolstoj (specialmente post Anna Karenina) credeva nell’uguaglianza tra gli uomini, nella fatuità dell’arte, nella sacra costruzione della famiglia, nel “fare del regno spirituale di Cristo un regno di questa terra”, come precisa Steiner. E i suoi gesti quotidianamente eroici e le sue opere praticamente perfette rispecchiarono i suoi precetti – ma non del tutto. Non era dopotutto un conte, che guardava all’umanità dall’alto (prova: il rapporto conflittuale con i contadini)? Riuscì a tranciare totalmente i suoi rapporti con l’arte letteraria (risposta: no)? Con quante contadine si accoppiò (questa delle domande è la più retorica)? Senza contare che va bene free Russia, ma Tolstoj negò alla famiglia la sua eredità, e artistica e patrimoniale.

Un’altra volta, mentre i due scrittori fissavano il mare, Tolstoj domandò:
- Siete stato un gran gaudente nella vostra giovinezza? – Cechov ammutolì per l’imbarazzo. Tolstoj, lo sguardo puntato sull’orizzonte, dichiarò:
- Io ero insaziabile!

Queste righe sono tratte da una freschissima novità Einaudi, I Posseduti di Elif Batuman. Comunque, questo discorso (messaggio nell’arte vs. azioni nella vita) si può fare sicuramente rispetto ad altri autori, ed è un discorso piuttosto doloroso: se sei un tolstojano e stai leggendo queste righe, scrivici in redazione, e potremo dividere il nostro fardello.

Tornando seri: si dovrebbe sezionare una persona in essere umano e artista, e a me risulta difficile. L’artista, anche se proteso in uno slancio superomistico – o proprio per questo, si scontra con le proprie debolezze: diventa un discorso del tipo, cosa vuoi darci di tuo?
Scrivendo queste righe per esempio metabolizzo tutto questo rumore attorno a David Foster Wallace, intuisco perché tutto quello che leggo (e che scrivo purtroppo) per ora passa attraverso la sua lente: la risposta per lui era: tutto, voglio darvi tutto. C’è qualcosa che ci salva (noi esseri umani), e che allo stesso tempo continua a condannare chi prova a scrivere con un certo scopo, nel viaggio intervista di Lipsky: anche DFW si incazza mentre guida e vorrebbe uccidere i discendenti di chi gli taglia la strada, anche DFW fa commenti gratuiti conditi da ironia a doppio taglio, anche DFW vuole rimediare delle groupies. È mortale quanto noi, e questo può fare male.
Ora entrano in campo i sentimenti, e si fa da parte la poca teoria citata: sento più sincero lo scrittore, del musicista (di quelli citati, si intende).
La musica è un’arte in cui la vanità è più pompata a causa di un mercato esageratamente più possente di quello letterario? Le parole di una canzone arrivano più facilmente di quelle di un libro: i messaggi sono quindi più facili da veicolare (e da lasciare da parte)? JW purtroppo mi dà l’idea di essere più sincero quando si guarda in giro con una faccia tremenda da maschio alfa dopo un assolo sanguinante di 7 minuti, piuttosto che nelle belle parole. Ma sono fatti suoi. Teniamoci pure l’arte: quando questa però raggiunge vette di Verità (l’uguaglianza, la demolizione di odio e stupidità, l’amore cemento sociale) forse è più pura. È di questo che parla il pezzo? Giochiamo, facciamo finta che sia una delle cose che elevano certa letteratura sopra tutto il resto.

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One Response to La morale non è sempre quella

  1. alessandro romeo says:

    Io direi che dipende un po’ dal tipo di cose che poi vengono scritte. Se fai la morale e poi non la rispetti sei ipocrita. Se non fai la morale, scrivi un bel testo (canzone, romanzo, quello che vuoi) e poi ti diverti a mettere sassi sulle rotaie o a bastonare tua moglie, la cosa non mette in discussione il valore di quello che hai scritto.
    I fatti secondo me sono due: che uno che sa scrivere non la fa la morale, anzi, e che gli autori di canzoni sono spesso dei pessimi scrittori.